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Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, il Laboratorio MPD era impegnato in un’impresa ambiziosa: sviluppare un sistema capace di produrre energia elettrica direttamente dall’energia termica, senza passare per i tradizionali sistemi elettromeccanici come turbine e alternatori. L’idea era rivoluzionaria: eliminando le conversioni intermedie, si sarebbe potuto aumentare sensibilmente il rendimento delle centrali elettriche.
Questa linea di ricerca rientrava nel campo della Magneto-Plasma Dinamica (MPD), nota anche come Magneto Hydro Dynamics (MHD), una disciplina che studia il comportamento di gas ionizzati (plasma) sottoposti a campi magnetici intensi.
Era un’idea innovativa che sfidava la tradizione, che rompeva gli schemi, che apriva un varco verso un futuro diverso.
Già dal primo giorno, percepii che il Laboratorio MPD non era soltanto un ambiente di ricerca: era un sistema complesso, vivo, pulsante, fatto di relazioni, intuizioni, tensioni creative, errori, tentativi, scoperte.
Il Laboratorio MPD – Magneto Plasma Dinamica – era diretto dal professor Romano Toschi, una figura che, nel panorama scientifico italiano, rappresentava un punto di riferimento.
Io arrivai in quel mondo con la timidezza di chi sa di non sapere ancora abbastanza, ma anche con la fame di chi ha atteso a lungo un’occasione per mettere alla prova la propria mente.
E fu proprio in quel contesto che incontrai alcune delle persone che avrebbero accompagnato il mio cammino per decenni.
Il primo giorno conobbi Raffaele Fiorenza. Eravamo stati assunti insieme. Avevamo preso servizio lo stesso giorno, e nessuno dei due poteva immaginare che quel semplice incrocio di sguardi avrebbe dato origine a un sodalizio professionale destinato a durare venti anni e, ancora più importante, a un rapporto umano che dura tuttora. Con lui condivisi esperimenti, fallimenti, successi, discussioni interminabili, e una quotidianità fatta di entusiasmo e fatica. Raffaele divenne un fratello, e le nostre famiglie si intrecciarono come rami dello stesso albero.
Poco dopo incontrai Amedeo Di Gregorio e Maurizio Gasparotto, già impegnati nel progetto da alcuni anni. Amedeo entrò subito nel nostro piccolo nucleo di amicizia profonda; Maurizio si rivelò un amico prezioso, un uomo di intelligenza limpida e di grande umanità.
Eravamo un gruppo affiatato, unito da una passione che non aveva bisogno di essere dichiarata: la si respirava nell’aria, tra i cavi, i magneti, le valvole, le pompe da vuoto e il comportamento del plasma durante i cicli di sperimentazione.
La si respirava anche, in maniera più profonda, nella visione comune di un futuro diverso, atteso. Stavamo vivendo, insieme, un periodo storico che portò con sé un cambiamento epocale della società e dei costumi… e noi volevamo contribuire alla formazione di quel cambiamento.

La rivoluzione culturale del ’68 nel Laboratorio MPD


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Il Laboratorio MPD non fu soltanto un luogo di ricerca: fu un crocevia umano, culturale e generazionale. Un’intera generazione iniziò a percepire il mondo non come una struttura immutabile, ma come un sistema aperto, trasformabile, attraversato da relazioni che potevano essere ripensate.
Eravamo giovani, immersi in un tempo che stava cambiando con una rapidità mai vista. La rivoluzione culturale del ’68 ci attraversava come un campo magnetico: invisibile, ma potentissimo e io avevo già iniziato a respirarla all’interno del Movimento Studentesco negli anni trascorsi nell’Università.
Ci spingeva a cercare, a dubitare, a creare.
Ci insegnava che la scienza non è mai neutrale: è sempre un modo di stare nel mondo, di interpretarlo, di trasformarlo.
Perché in quel laboratorio sperimentale di ricerca noi stavamo assorbendo una vera e propria rivoluzione umana! E noi, in quegli anni, volevamo contribuire a quel cambiamento. Non con slogan, ma con il nostro lavoro quotidiano; non con proclami, ma con la dedizione silenziosa a un’idea di futuro che sentivamo possibile.
Il laboratorio era il luogo in cui la rivoluzione diventava concreta: un luogo in cui la materia rispondeva, in cui la teoria si faceva esperienza, in cui il pensiero diventava azione.
Nel laboratorio, tra un esperimento e l’altro, si parlava di libertà, di diritti, di comunità, di responsabilità. Si discuteva di come la scienza potesse diventare strumento di emancipazione, non di dominio. Si sognava un mondo in cui la conoscenza non fosse privilegio, ma bene comune.
Eravamo giovani, eppure già consapevoli che il cambiamento non nasce mai da un singolo gesto, ma da una rete di relazioni, da un pensiero condiviso, da una tensione collettiva verso ciò che ancora non esiste.
Il Laboratorio MPD era il nostro piccolo mondo, ma in quel mondo si rifletteva l’intero pianeta che stava cambiando. Eravamo un gruppo affiatato, unito da una passione che non aveva bisogno di essere dichiarata.
La si respirava nell’aria, tra i cavi intrecciati come radici, tra i magneti che modulavano traiettorie invisibili, tra le valvole che davano sicurezza e le pompe da vuoto che scandivano il ritmo del nostro lavoro.
La si percepiva nel comportamento del plasma, materia inquieta e luminosa che sembrava riflettere, in miniatura, le tensioni e le speranze del mondo fuori.
Ogni ciclo di sperimentazione era un atto di fiducia: un tentativo di comprendere ciò che ancora non aveva forma. E in quel gesto c’era già il nucleo di ciò che anni dopo avrei chiamato Cibernetica Emulativa: l’idea che la conoscenza non è un atto solitario, ma un processo relazionale, un’osservazione condivisa che trasforma chi osserva. Nel laboratorio imparavamo che l’osservatore non è mai neutrale.
Il plasma rispondeva, cambiava, si agitava, si quietava: non era un oggetto passivo, ma un interlocutore.
Questa consapevolezza – che ogni osservazione modifica il sistema e modifica l’osservatore – sarebbe diventata la base dell’idea dell’osservatore umano.
Il gruppo MPD non era una somma di individui: era una rete cooperativa ante litteram.
Ognuno portava un frammento di competenza, un’intuizione, un dubbio.
Il sapere non era gerarchico: era circolante.
Ciò che uno scopriva diventava immediatamente patrimonio di tutti.
Questa esperienza concreta anticipava ciò che avrei formalizzato nell’idea della conoscenza come rete simmetrica, non come piramide.
Le discussioni, le notti in laboratorio, le intuizioni improvvise, gli errori, le correzioni: tutto diventava memoria comune.
Non era solo un archivio tecnico, ma una memoria emotiva, culturale, generazionale.
Era la forma embrionale di ciò che avrei chiamato memoria condivisa.
E infine, nel nostro modo di lavorare, non c’era imitazione: c’era emulazione.
Ognuno apprendeva dall’altro non copiandolo, ma risuonando con la sua differenza.
Le idee non venivano replicate: venivano trasformate.
Era già presente il principio dell’emulazione come apprendimento reciproco.
Guardando indietro, è chiaro che il Laboratorio MPD non fu solo un luogo di lavoro.
Fu la matrice del mio paradigma.
Il ’68 ci aveva insegnato a credere nella possibilità di un mondo diverso.
Il laboratorio ci aveva insegnato come costruirlo: insieme, osservando, ascoltando, emulando.

Il progetto


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Il progetto era ambizioso, quasi visionario: produrre energia elettrica direttamente dall’energia termica, senza conversioni meccaniche intermedie. Un’idea che, se realizzata su larga scala, avrebbe potuto rivoluzionare il rendimento delle centrali elettriche.
Il cuore del sistema era un condotto attraversato da un plasma di elio e cesio immerso in un campo magnetico potentissimo. L’effetto Hall avrebbe generato una differenza di potenziale: un lampo di elettricità nato dal “fuoco”.
Era un sogno scientifico, certo. Ma era anche un sogno umano: la possibilità di contribuire a qualcosa che andava oltre noi stessi.

Struttura e componenti dell’impianto


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L’impianto sperimentale era un organismo complesso e richiedeva una perfetta integrazione tra meccanica, elettronica, termodinamica e fisica dei plasmi. I suoi principali componenti erano:

Ogni componente era un organo, ogni misura un battito, ogni esperimento un respiro.
E noi eravamo parte di quell’organismo.
Il funzionamento era affascinante: una volta raggiunta la temperatura ottimale, l’elio veniva immesso nel riscaldatore, arricchito con cesio e trasformato in plasma.
Attraversando il condotto convertitore immerso nel campo magnetico, il plasma, sfruttando l’effetto Hall, generava una differenza di potenziale elettrico che accendeva una lampadina.
Sembrava un miracolo. Una piccola luce, certo. Ma quella luce era la prova che l’idea funzionava. Era la conferma che la materia, se guidata, può trasformarsi in energia pura.L’energia prodotta era modesta — sufficiente ad accendere una lampadina — ma rappresentava un risultato scientifico di grande valore.
L’obiettivo finale era utilizzare il calore prodotto da un reattore nucleare a fissione per alimentare il nuovo sistema di conversione energetica, aumentando così il rendimento complessivo delle centrali elettriche.

Magnete e condotto convertitore Un elemento del condotto convertitore

In quelle stanze non stavamo solo misurando il plasma, ma la possibilità stessa dell’umano di trasformarsi.
Ogni vibrazione era un richiamo, ogni luce un varco, ogni errore un insegnamento che ci precedeva.
Scoprimmo allora che conoscere significa esporsi, lasciare che il mondo entri e ci modifichi, accettare che l’osservatore non è mai fuori, ma sempre dentro ciò che osserva.
E in quella risonanza nascosta, tra materia inquieta e coscienze in ascolto, si preparava già il paradigma futuro:
la comunità come forma di pensiero, l’emulazione come via di apprendimento, la relazione come origine del senso.
Non lo sapevamo ancora, ma stavamo imparando che il cambiamento non nasce dal gesto di uno, bensì dal respiro condiviso di chi attraversa insieme la stessa soglia.

Imparammo a leggere il mondo
nel tremito di un plasma inquieto
Non sapevamo ancora
che osservando la materia
stavamo imparando a osservare noi stessi
E che il futuro che cercavamo
    era già lì
nel respiro condiviso
nella risonanza silenziosa di una comunità
che nasceva senza saperlo


La fine del progetto


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Per anni lavorammo con dedizione assoluta, convinti che quel progetto avrebbe avuto un futuro. Ma nel 1974 arrivò la decisione che nessuno si aspettava: il progetto venne chiuso.
Il professor Toschi, ormai impegnato nella Fusione Termonucleare Controllata, ci aveva rassicurati sulla continuità del lavoro. E invece, all’improvviso, tutto si fermò.
Fu un trauma. Un’interruzione brusca, quasi violenta, che ci costrinse a riorganizzare le nostre vite.
Il nostro gruppo reagì come un organismo ferito: compatto, unito, determinato. Chiedemmo di essere trasferiti insieme al nuovo progetto sulla fusione. La Direzione rifiutò.
Per mesi il Centro di Frascati fu attraversato da assemblee, discussioni, tensioni.
Poi arrivò il Piano Energetico Nazionale, con la previsione della costruzione di venti nuove centrali elettronucleari. Il Dipartimento DISP del CNEN aveva bisogno urgente di personale qualificato.
Fu bandito un concorso interno prioritario al quale Romano Toschi non poteva mettere il veto al trasferimento.
E molti componenti del nostro laboratorio – io, Raffaele, Amedeo, Sergio Gargiulo, Aldo Tamburrano, Nicola Merzagora – decidemmo di fare il salto.
Poco prima dell’estate ci ritrovammo a Roma, nella sede di viale Regina Margherita.
Era l’inizio di un nuovo capitolo.
Lasciai un lavoro che mi aveva formato profondamente e un gruppo di amici che porto ancora nel cuore.
Ma portai con me qualcosa di più grande: la consapevolezza che la ricerca non è solo un mestiere.
È un modo di guardare il mondo.
È un modo di essere nel mondo.

Dalla “Descrizione attività” dell’ENEA


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Settore:
Presso i Laboratori Gas Ionizzati di Frascati, nell'ambito del programma "Conversione diretta dell'energia termica in energia elettrica", ha condotto tutte le attività legate alla programmazione, progettazione, realizzazione, montaggio e collaudo di apparecchiature meccaniche della macchina sperimentale del laboratorio, coordinando direttamente tutte le attività delle risorse umane e tecnologiche dell'officina meccanica e dell'ufficio tecnico, partecipando alla programmazione e conduzione di tutto l'impianto sperimentale e curando personalmente i rapporti esterni e interni per quanto riguardava gli aspetti tecnico amministrativi legati alle attività.
In particolare, ha curato personalmente la progettazione e realizzazione della nuova officina meccanica e del reparto saldatura in un nuovo edificio collegato al laboratorio.
Ha curato personalmente alcune modifiche tecnologiche molto innovative e originali che hanno contribuito a migliorare le prestazioni e i risultati sperimentali dell’impianto.