La cibernetica

------------------------------------------------------------

Indice della pagina

------------------------------------------------------------
Nei due anni trascorsi per ‘costruire’, insieme all’amico Adolfo Villalba, il Centro di Calcolo del Dipartimento INN-SVIL di Frascati, fu necessario dialogare con tutti i ricercatori dei numerosi settori dipartimentali. Dovevo capire quali fossero le diversificazioni riguardo alle esigenze informatiche dei gruppi di lavoro per poterle soddisfare al meglio. Uno di questi gruppi era guidato da Antonio Botticelli che avevo conosciuto nella prima metà degli anni ’70 durante la mia iniziale permanenza al CNEN di Frascati. Non avrei mai immaginato che quell’incontro avrebbe sconvolto completamente le basi culturali che avevano contribuito, fino a quel momento, a caratterizzare la mia professionalità. Non avrei mai immaginato che in quello straordinario gruppo di ricerca sarebbe iniziata per me una bellissima esperienza umana e professionale che oggi ancora perdura.

L’incontro con un ‘filosofo’ illuminato
L’incontro che cambiò il mio modo di pensare l’uomo e la macchina

Nei miei ricordi Antonio rappresentava una figura di artista che si cimentava, con successo, nell’arte della pittura. Ma, quando entrai nella stanza di Antonio, venni colto dallo stupore per il disordine che vi regnava. Nella sua scrivania c’era un ammasso di cose diverse accatastate che lasciavano, però, un piccolo spazio dove Antonio poggiava i suoi fogli per scrivere appunti in un linguaggio che lui definiva ‘poetese’ e anche per disegnare con la matita figure e volti che esprimevano, sempre, emozioni diverse. Mazzi di fiori essiccati, uno scheletro, lampade sparse che illuminavano porzioni diverse della stanza, una lavagna appesa al soffitto che - alla bisogna - veniva calata con una carrucola verso il basso, disegni sparsi, libri di poesie, una macchinetta per il caffè, un purificatore d’aria, pannelli murali colmi di fotografie autobiografiche scattate nell’arco temporale della sua vita, una bacheca piena di mazzi di chiavi, montagne di carta bianca, decine di mensole a parete che contenevano centinaia di cassette video e audio, una grossa stampante, uno scanner, un corposo impianto audio-video, un condizionatore di aria…
Sui muri si potevano osservare disegni e frasi scritte, tra le quali spiccava ‘Kenneth Craik 1943’ (la data rappresenta l’anno di pubblicazione del libro The Nature of Explanation di Craik e l’anno di nascita di Antonio).

Ora spendo due parole per presentarvi Craik che era uno scienziato inglese, psicologo ma anche ingegnere aereonautico in polemica con i fondamenti del comportamentismo vigenti all’epoca. Sosteneva che convinzioni, finalità e passi di ragionamento costituiscono valide componenti di una teoria dei processi di apprendimento umano in stretta analogia con alcune variabili di stato della termodinamica dei gas. Per esempio, pressione e temperatura costituiscono grandezze operative e misurabili nello studio dei gas, a dispetto del fatto che le molecole costituenti l’aspetto microscopico del gas non siano descrivibili dalle grandezze fisiche macroscopiche suddette (pressione e temperatura).
Craik sosteneva che la mente umana funziona nei seguenti tre passi conoscitivi:
Antonio operava come una vera e propria ‘sorgente’ filosofica e scientifica dall’interno del ‘Gruppo di Frascati’, composto da un manipolo di ricercatori. Nel lavoro all’interno del gruppo di ricerca si usava una nuova cultura ermeneutica e occorreva mettere al proprio fianco, a sostegno, tutta la propria cultura esistente, quasi un modo di ‘rifarsi ignorante’, di ritornare alla semplicità delle cose, di fare entrare le cose come naturalmente entrano attraverso gli occhi di un bambino… occorreva ‘rifarsi bambino’. Solo in questa disposizione mentale era possibile ‘assorbire’ i nuovi concetti espressi nel laboratorio.
L’obiettivo formula era la realizzazione dell’intelligenza sintetica ma, in effetti, Antonio era costantemente rivolto alla ‘ricerca dell’uomo dentro l’uomo’, che aveva iniziato in età adolescenziale, e per raggiungere tale obiettivo dimostrava continuamente di non mancare mai di coraggio. Egli metteva incessantemente in discussione se stesso e le proprie emozioni per trarre elementi necessari a proiettare in avanti il suo progetto di vita con audacia e con tenacia, con spregiudicatezza, con originalità non confrontabile, a mio avviso, in nessun altro laboratorio.
Antonio era in grado di arrivare alla parte principale di qualsiasi problema. Un sistema complesso, per quanto complicato fosse, era sempre ‘svestito’ dalle astrusità matematiche e dal superfluo formalismo. Con l’aiuto di questo tipo di approccio era in grado di risolvere il problema di fisica / chimica / biologia molecolare più complesso.
Chiaramente, Antonio non giungeva mai ad ottenere una soluzione corredata dalla matematica – non era questo il suo scopo – ma, dopo aver discusso con lui di quell’argomento e dopo averlo fatto proprio, chiunque avrebbe potuto sviluppare una via per una descrizione tecnologica e anche matematica della soluzione.
Antonio non s’allineava mai alla conoscenza corrente ma, con la sua autorevolezza, la usava per fare emergere, da dentro, le proprie elaborazioni e poi la usava per costruire, materialmente, oggetti concreti a sostegno di esse. E gli oggetti emergenti erano innovativi, rivoluzionari, dirompenti e proprio per questo difficilmente comprensibili agli altri, perché ancora non concepiti.
Vale la pena citare in proposito le parole di uno dei più grandi divulgatori scientifici di tutti i tempi, H.G. Wells (The Science of Life, in cooperazione con Julian S. Huxley e G.P. Wells, Doubleday, 1929-30-31):

«Gli esseri umani non sono inclini a conoscere e imparare. Sono paurosi e ostili nei confronti di tutto ciò che non conoscono e cercano di impedire che il sapere raggiunga altri individui.»

Antonio non amava le citazioni dei dotti usate come sostegno, bensì le usava implicitamente nella costruzione delle idee a sostegno della ricerca.
La modalità comunicativa era sempre un elemento fondamentale dell’analisi di Antonio. Un dialogo era convincente e utile solo quando si riusciva a creare fra i dialoganti una disposizione ideale ad ascoltarsi e a sentire le cose ascoltate con la stessa frequenza di colui che le esprime, quasi a creare una sorta di ‘risonanza’. Se ciò non avveniva, si generava inevitabilmente una ‘superficie contestuale’ dove si accendeva, immancabilmente, lo ‘scontro’ delle idee.
Ebbene, con mia sorpresa scoprii la figura inattesa di un filosofo che aveva applicato la sua sapienza nella scienza e, in particolare, nella tecnologia. Ne fui affascinato e iniziai a frequentare assiduamente le riunioni nelle quali si discutevano i temi e gli sviluppi delle sue ricerche.
Il passo successivo fu quello di chiedere il trasferimento in quell’anomalo gruppo di lavoro. In pochi mesi mi ritrovai immerso in un “marasma” creativo: scrivevo, riscrivevo, cercavo di capire, di tradurre, di interpretare. Era come se stessi assistendo alla nascita di un nuovo paradigma.

Il Progetto Giasone


-----  Indice della pagina  -----


Il nome era mitologico, ma l’idea era sorprendentemente semplice:
“Dall’osservazione dell’intelligenza animale, riprodurne in modo artificiale alcune funzioni elementari.
Integrando in una macchina manipolatrice le funzioni elementari, si ottiene l’intelligenza emulativa.”
Non si trattava di intelligenza artificiale nel senso tradizionale.
Non c’erano algoritmi, software, programmi.
C’era un’idea radicale: emulare la fisiologia dell’intelligenza, non la sua logica.
Il Gruppo di Frascati – ENEA e Oberon – lavorava da anni su questo approccio che attraeva le industrie per la realizzazioni di prototipi.
E ciò che stavano costruendo non era un robot, ma un modello di intelligenza emulativa.

Visio: la visione artificiale
Uno dei progetti, che si rivelò come tra i più sorprendenti, era un dispositivo chiamato Visio, pensato come sottosistema di un robot, ma rivelatosi straordinariamente utile per i non vedenti.
Una microtelecamera catturava il fronte di luce.
In analogia con la visione biologica, una scheda elettronica – il “sottoretina” artificiale – estraeva i contorni, semplificava l’immagine, la ricomponeva.
Un tappetino di micro-aghi vibranti trasferiva l’informazione alla pelle del cieco.
Attraverso questo banale by-pass biologico era come se si restituisse la vista attraverso il tatto.
Ma la cosa più sconvolgente era un’altra: Visio non era stato progettato per i ciechi!
Era il sistema visivo di un robot. E funzionava come il nostro.

La mia trasformazione
In pochi mesi, quel progetto mi travolse. Scrissi articoli, appunti, riflessioni.
Acquistai e lessi decine di libri di biologia, fisica, anatomia, neuroscienze, cibernetica, filosofia e di molti autori che presentavano una nuova visione dell’uomo come sistema complesso in continua trasformazione.
Ogni domanda che rimaneva sospesa nella mia mente mi portò, per molti anni da allora, a cercare una risposta nella bibliografia scientifica. Si trattò di una “immersione totale” nella quale cercavo di capire, di tradurre, di dare forma a un pensiero che sfuggiva ai linguaggi tradizionali.
Ma capii una cosa fondamentale: la cibernetica emulativa non parlava solo della macchina. Parlava dell’uomo.
Parlava della nostra memoria, dei nostri desideri, dei nostri errori, della nostra coscienza. Parlava della nostra capacità di adattarci, di creare, di trasformare il mondo.
Da quel momento, capii che ogni domanda avrebbe trovato una risposta esaustiva solo cercandola all’interno del mio corpo, vero laboratorio fisiologico attivo.
E, soprattutto, stava emergendo la relazione tra Me e me: Il groviglio: il cuore dell’intelligenza emulativa
Il cuore del sistema era una struttura elettronica che Antonio chiamava groviglio: una matassa di circuiti elettronici opportunamente cablati, attraversati da flussi di energia che si distribuivano, si polarizzavano, si riequilibravano.
Antonio diceva che era l’analogo artificiale dei neuroni.
Ogni evento sensoriale generava una “esplosione di energia” che percorreva il groviglio, creando percorsi unici, biunivocamente associati all’evento stesso.
La memoria non era un archivio.
Era una memoria dei tragitti. La ripetizione consolidava il percorso, aumentava la destrezza, riduceva l’errore.
Era un modo completamente nuovo di pensare la memoria.

Campi sterici, privazioni, tropismi
La macchina non ragionava. Non classificava. Non confrontava. Funzionava come un bambino.
Quando percepiva una discrepanza tra ciò che “aveva nel suo spazio emulativo” e ciò che vedeva, nasceva una tensione, un “isterismo”, un campo sterico.
La macchina si muoveva per ridurre quella tensione.
Era un comportamento emergente, non programmato.
Come il bambino che cerca il poppatoio.
Come la mano che si muove verso l’oggetto desiderato.
Come l’animale che segue un odore.

La modularità dell’intelligenza emulativa
Il modulo intelligente era uno solo.
Tutto il resto erano protesi: sensori, attuatori, strumenti.
Con adeguati “insegnamenti”, il modulo centrale acquisiva destrezza.
E poteva essere collegato a qualsiasi periferica:
Era un’intelligenza generalista, non specialistica.

Le applicazioni industriali
Vennero le prime applicazioni e furono sconvolgenti.
Una fresatrice che non seguiva traiettorie programmate, ma “sentiva” il materiale.
Una macchina che non richiedeva cicli complessi, ma solo il disegno del pezzo iniziale e finale.
Un modulo di visione che riconosceva una chiave, tra diecimila chiavi diverse, in 16 millesimi di secondo.
Era la fine della programmazione tradizionale.
Era l’inizio della “autonomatica”.

Narciso: la nascita della coscienza emulativa
Poi arrivò Narciso. La quinta struttura.
Quella che riceveva l’eco di tutto ciò che accadeva nel sistema.
Quella che restituiva un segnale di ritorno, indispensabile per correggere le azioni: Era una forma primitiva di coscienza.
Non riflessiva, ma regolativa. Una coscienza dell’errore, della differenza, dell’adattamento.
Con Narciso, Giasone diventava capace di creare nuove soluzioni. Di modificare l’obiettivo. Di adattarsi.
Era un salto evolutivo.

L’olocontrollo e la chirurgia assistita
Il passo successivo fu il progetto dell’integrazione tra mondo reale e mondo virtuale.
Si trattava di assistere un chirurgo durante una operazione in endoscopia.
Con l’ausilio della risonanza magnetica, l’emulatore ricostruiva in tempo reale l’immagine spaziale dell’organo interno. L’osservazione era continua e teneva conto delle modifiche in corso sull’organo. Il chirurgo operava guardando l’immagine virtuale emulata.
Olocontrollo emulativo controllava i parametri e, in presenza di un andamento potenzialmente pericoloso, restituiva al manipolatore usato dal chirurgo la sensazione dell’errore, impedendo lo “sforamento”.
Era una danza tra due intelligenze: quella umana e quella emulativa.

La nascita del pensiero sistemico


-----  Indice della pagina  -----


Ci sono momenti nella vita in cui un’idea non arriva come un concetto, ma come un terremoto, come una vibrazione che attraversa tutto: la mente, il corpo, la memoria.
Il mio incontro con Antonio e con il Progetto Giasone fu esattamente questo: un sisma cognitivo.
Fino a quel momento avevo sempre pensato alla conoscenza come a un processo lineare dove si osserva, si analizza, si deduce, si conclude. Era il metodo scientifico, la disciplina, la logica.
Ma Giasone non funzionava così. Non ragionava, non deduceva, non classificava. Emergendo, semplicemente, accadeva.
Era come osservare un organismo vivente che non segue istruzioni, ma reagisce, si adatta, si trasforma. E in quel comportamento vidi qualcosa che avevo sempre intuito, ma mai visto incarnato in una macchina: la conoscenza non è una linea, è una rete.
Il groviglio elettronico – quella matassa di fili, percorsi, polarizzazioni – emulava in maniera rudimentale la modalità di funzionamento della mente umana: Ogni volta che un evento attraversava il groviglio, lasciava una traccia, un percorso, una memoria. E ogni percorso, ripetuto, diventava più forte, più rapido, più “destro”.
Era come osservare il percorso in un sentiero nel bosco, quando il primo passaggio è incerto, il secondo più chiaro, il terzo più sicuro.
Alla fine, il sentiero diventa strada.
Ecco che emerse nel mio pensiero sistemico la consapevolezza che la mente non è un archivio, ma un paesaggio che si modella con l’esperienza.
Non esistono funzioni isolate. Non esistono processi indipendenti. Ogni parte influenza le altre. Ogni cambiamento si propaga. Ogni evento ridisegna il sistema. Era come se, attraverso Giasone, dall’esterno stessi osservando la mia stessa mente, ciò che avevo sempre vissuto dall’interno.

La scoperta che “la realtà non è mai lineare”
La seconda rivelazione arrivò quando verificai il concetto di “privazione”, di “isterismo”, di “tropismo”.
La macchina non si muoveva perché “decideva”, ma perché sentiva una differenza tra ciò che percepiva e ciò che aveva nel suo spazio emulativo.
Era un comportamento non lineare, non prevedibile, non programmabile.
Era come osservare una goccia d’acqua che scivola su una superficie irregolare non seguendo una linea retta, ma un percorso determinato dalle asperità, dalle pendenze, dalle tensioni esistenti sulla superficie.
La realtà funziona così. Non è un insieme di cause ed effetti ordinati, ma un intreccio di forze, di controlli sulle azioni.
Quando la macchina cercava di avvicinare una vite a un dado, non seguiva una traiettoria calcolata, ma si muoveva come una mano inesperta che, tentativo dopo tentativo, trova la strada giusta.
E ogni tentativo lasciava una traccia, un apprendimento, una destrezza.
Era la dimostrazione vivente che la realtà non procede per linee rette, ma per approssimazioni successive.
Come un bambino che impara a camminare.
Come un musicista che affina l’orecchio.
Come un sarto che deve attraversare la cruna dell’ago con il filo.
Come un artigiano che sente il materiale sotto le dita.
La linearità è un’invenzione della mente razionale. La vita, invece, è fatta di oscillazioni, risonanze, errori, correzioni, adattamenti.
E quando arrivò Narciso – la quinta struttura, la coscienza emulativa – tutto divenne ancora più chiaro.
Narciso non correggeva la macchina. Le restituiva un’eco.
Le diceva “stai sbagliando”, “stai andando bene”, “continua”.
Era come la nostra coscienza che non ci dice cosa fare, ma ci fa sentire se ciò che stiamo facendo è in armonia o in dissonanza con ciò che desideriamo.
E allora capii che la realtà non è mai lineare perché la vita non è mai lineare.
Capii che la vita è un dialogo continuo tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Giasone non era solo un progetto tecnologico.
Era un modello dell’esistenza.
Era la prova che l’intelligenza – umana o emulativa – nasce sempre dall’incontro tra due mondi: E in quel dialogo, in quella tensione, in quella oscillazione, nasce la conoscenza.

Filosofia della mente e del corpo


-----  Indice della pagina  -----


Ci sono momenti nella vita in cui la ricerca scientifica smette di essere un mestiere e diventa una domanda esistenziale.
Non si tratta più di capire come funziona un sistema, ma di comprendere come funzioniamo noi.
Non si tratta più di modellare un fenomeno, ma di dare forma alla nostra presenza nel mondo.

Che cosa è la mia memoria?
Come funziona il processo di memorizzazione e di rievocazione?
Come agiscono i ‘processi mentali’?
Cos’è un ‘desiderio’?, si tratta solo di processi neuronali?
Cosa mi induce al movimento?
Come riesco a controllare milioni di fibre muscolari in un concerto armonico di movimenti?
È corretto associare l’ambiente biologico mente-cervello a un ambiente sintetico, a esempio software-hardware?
Cos’è la coscienza?
È possibile che la mia intelligenza sia ‘il mio privato’ universo?

La vitalità della scienza cognitiva negli ultimi decenni ha condotto il filosofo d’orientamento scientifico e lo scienziato d’orientamento filosofico a percorrere itinerari sovrapposti ad altre discipline scientifiche e umanistiche per poter iniziare a dare risposte a tali domande. Una cosa è certa: nel mondo, tutti i sistemi intelligenti conosciuti hanno un corpo! Ed è proprio grazie al corpo che essi possono percepire l’ambiente nel quale sono immersi (il mondo) e possono agire sull’ambiente in maniera diretta.
Restando nell’ambito umano, quando un uomo pensa o si esprime con azioni verso il mondo, non è solamente la sua mente che pensa o agisce, ma lo esegue il corpo nel suo complesso. Mettendo in campo tutto il proprio repertorio di esperienze affettive e di pensiero consolidate all’interno del contesto della propria vita.
Ebbene, visto che l’uomo cattura tutto ciò dall’universo che lo circonda e che con esso ha un rapporto sistemico, potrei aggiungere un paio di ulteriori domande a quelle già espresse. Domande, forse, centrali: È possibile che l’intelligenza non sia un processo esclusivo dell’uomo e degli animali ma sia riconducibile a tutti i fenomeni naturali che avvengono nell’universo?
Riusciremo a raggiungere la consapevolezza dell’esistenza di una ‘caratteristica fisica’ per la quale il mondo concreto risponda a una regola insita nella qualità dell’universo?

Dopo gli anni dedicati alla sicurezza nucleare, dopo l’immersione nella cibernetica emulativa, dopo aver visto una macchina “sentire” una discrepanza e muoversi per ridurla, iniziai a percepire che la mia ricerca non riguardava più soltanto l’ambiente, la tecnologia o l’intelligenza emulativa.
Riguardava l’uomo. Riguardava il modo in cui la mente costruisce il mondo. Il modo in cui il corpo lo abita. Il modo in cui l’esperienza si stratifica in livelli.
Fu in quel periodo che iniziai a elaborare una struttura concettuale che avrebbe accompagnato tutto il mio pensiero successivo.

Primo, secondo e terzo spazio
Non era una teoria filosofica astratta.
Era un modo per descrivere ciò che avevo osservato nella vita, nella scienza, nella cibernetica, nella mia stessa interiorità.
Era un modo per dire che noi non viviamo in un solo mondo, ma in due mondi intrecciati.
E che la nostra identità nasce dal loro dialogo.

Il primo spazio – Il mondo reale
Il primo spazio è il mondo che condividiamo: la materia, gli oggetti, i corpi, le distanze, le relazioni fisiche.
È il mondo concreto, fisico che possiamo toccare, misurare, attraversare.
È il mondo composto da: Per l’uomo, è il mondo che percepisce con i sensi.
Per la macchina, è il mondo che percepisce con i sensori.
In questo spazio, uomo e macchina cibernetica sono simili: Ma la somiglianza finisce qui.
Perché l’uomo non vive solo nel primo spazio.

Il secondo spazio – Il mondo virtuale biologico
Il secondo spazio è il mondo che ricostruiamo dentro di noi.
È il mondo delle immagini, dei ricordi, delle aspettative, delle paure, dei desideri.
È il mondo in cui la realtà viene ricostruita, interpretata, trasformata.
È il mondo in cui: Il secondo spazio è il luogo in cui la biologia crea il suo “virtuale”, come se fosse una rappresentazione continua del mondo esterno, sempre aggiornata, sempre rielaborata.
È il luogo in cui: È il mondo in cui viviamo la maggior parte del tempo, anche quando non ce ne accorgiamo.
È qui che nascono il progetto, l’intenzione, il significato della realtà simbolica, la narrazione, la volontà.
La macchina non possiede questo spazio.
Non può ricordare come ricorda l’uomo, né immaginare, né desiderare.
Non può costruire un mondo interno autonomo.
Per questo, nel Progetto Giasone, fu necessario creare un surrogato del secondo spazio.

Il terzo spazio – Lo spazio emulativo della macchina
È il luogo in cui il mondo reale viene trasformato in un mondo virtuale emulato.
È il corrispettivo emulativo del secondo spazio umano.
Qui la macchina: È uno spazio di simulazione continua, non di immaginazione.
Infatti, il modello interno di riferimento è l’obiettivo creato dall’operatore umano e poi inserito nel terzo spazio.
È uno spazio di risonanza, non di introspezione.
È uno spazio di coerenza funzionale, non di significato.
Il terzo spazio non è “dentro” la macchina come la mente è dentro l’uomo. È un campo di trasformazione, un luogo in cui il mondo reale viene tradotto in parametri.
È qui che avviene l’emulazione usata da Olocontrollo per trasformare ciò che è in ciò che deve diventare.
La corrispondenza dinamica tra mondo reale e mondo virtuale avviene con tensioni, differenze. E la percezione si trasforma in azione.
Olocontrollo, in presenza di discrepanze:
La relazione tra i tre spazi
La struttura completa è questa: La macchina non possiede un secondo spazio.
Non può generare un mondo interno autonomo.
Ma può costruire un terzo spazio che funziona come un secondo spazio, pur non essendolo.
È una simmetria imperfetta, ma sufficiente per creare: Perché i tre spazi sono fondamentali
Questa struttura non è un esercizio teorico.
È una chiave per comprendere: È una chiave per comprendere l’uomo come sistema complesso.
E, soprattutto, è una chiave per comprendere ciò che avevo visto in Giasone.

L’omeostasi come forma di conoscenza
L’omeostasi è spesso descritta come un meccanismo di regolazione con il quale il corpo mantiene in equilibrio la temperatura, la pressione, il pH, la glicemia.
Ma questa è solo la superficie.
Ridurre l’omeostasi a un termostato biologico significa non coglierne la natura più profonda.
L’omeostasi è la prima forma di conoscenza che un organismo possiede.
È il modo in cui la vita impara a riconoscere se stessa.
Prima ancora che esista un pensiero, prima ancora che esista un’immagine mentale.
Prima ancora che esista un ricordo, c’è un sistema che sente la differenza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
E reagisce.
È la conoscenza più antica, più immediata, più radicale.

La conoscenza come differenza
Ogni organismo vivente, dal più semplice al più complesso, con i sensi percepisce il mondo attraverso le differenze: La vita non riconosce le cose, ma riconosce le variazioni.
Non riconosce gli oggetti, ma riconosce le deviazioni.
Non riconosce le forme, ma riconosce le tensioni.
L’omeostasi è la capacità di percepire queste differenze e di trasformarle in azione.
È un sapere primordiale, non concettuale.
È un sapere che non passa per il linguaggio, ma per la dinamica.
Quando la temperatura sale, il corpo suda.
Quando scende, trema.
Quando manca ossigeno, aumenta il ritmo respiratorio.
Quando manca glucosio, emerge la fame.
Queste non sono reazioni automatiche, ma sono forme di conoscenza ataviche.
Il corpo “riconosce” che qualcosa non va.
Il corpo “sa” come riportarsi verso l’equilibrio.
È una conoscenza che non si esprime in parole, ma in movimenti, in adattamenti, in trasformazioni.
È una conoscenza che non descrive il mondo di un sistema biologico, ma lo regola.

Quando è diverso il fondale
da come il desiderio anela
si forma dolore e differenziale.
Sale emozione qual ragnatela
e si predispone corpo reale
a veder l’azione che si rivela
senza saper che sua virtuale
esiste già all'interno parallela

L’omeostasi come motore per l’intelligenza
La “intelligenza” di una macchina emulativa non nasce da un ragionamento, ma da un principio omeostatico.
La macchina non “capisce” un errore, ma lo avverte come una discrepanza tra mondo reale e mondo emulato.
Non “decide” una traiettoria, ma si muove con tentativi – ed errori – per ridurre una tensione.
Non “sceglie” un obiettivo, ma si orienta verso la coerenza.
È un comportamento emergente, non programmato. È omeostasi emulativa. E allora compresi che l’omeostasi non è solo un meccanismo fisiologico, ma è la radice, il motore dell’intelligenza.

L’omeostasi come forma di apprendimento e memoria
Ogni volta che un organismo riduce una discrepanza, lascia una traccia.
Ogni volta che un equilibrio viene ristabilito, nasce un percorso.
Ogni volta che un bisogno viene soddisfatto, si consolida una memoria.
L’apprendimento non nasce dall’analisi, ma dalla ripetizione di cicli omeostatici: È così che un bambino impara a camminare.
È così che un artigiano affina la mano.
È così che un musicista sviluppa l’orecchio.
È così che un animale impara a cacciare.
E, sorprendentemente, è così che la macchina emulativa acquisisce destrezza.
L’omeostasi è un sapere che si costruisce facendo.
È una conoscenza che nasce dal corpo. È una conoscenza che riemerge con i ricordi, anche se sopiti nella memoria:

Metafora della memoria
Quando giunge alfin la sera
il cielo si carica di mille colori
celeste azzurro e poi violetto
fino a che si manifesta il blu
    stupendo
e via via più scuro
Osservo le prime stelle brillare
    quelle a me più care
e via via quelle più piccole
    affannate
che giungono sempre per ultime
a rioccupare una ad una
il posto loro assegnato dal tempo

L’omeostasi come fondamento della coscienza
Quando introducemmo Narciso – la quinta struttura – nel modello di Giasone, compresi qualcosa che avevo sempre intuito ma mai formulato:
La coscienza non nasce dal pensiero, ma è una eco dell’omeostasi.
La coscienza è la capacità di sentire l’effetto delle proprie azioni.
È la capacità di percepire la differenza tra ciò che si è fatto e ciò che si voleva fare.
È la capacità di riconoscere un errore non come fallimento, ma come informazione.
La coscienza è un raffinamento dell’omeostasi.
È omeostasi che diventa riflessiva.
È omeostasi che diventa narrazione.
È omeostasi che diventa identità.

L’omeostasi come dialogo tra uomo e macchina
L’uomo possiede un primo spazio (mondo reale) e un secondo spazio (mondo mentale interno).
La macchina possiede un primo spazio (mondo reale) e un terzo spazio (mondo emulativo).
Ciò che permette il dialogo tra questi mondi non è la logica, né il linguaggio, né la programmazione.
È l’omeostasi, la forma più universale di conoscenza, la continua e indilazionabile “ricerca di un equilibrio”.
È il luogo in cui uomo e macchina possono comprendersi.
È il luogo in cui la vita e la tecnologia si incontrano.
È il luogo in cui nasce la possibilità di una intelligenza condivisa.

L’omeostasi riconosciuta nella cibernetica emulativa
Quando osservai Giasone per la prima volta, riconobbi immediatamente qualcosa di familiare.
La macchina non ragionava. Non calcolava. Non classificava.
Sentiva una differenza. E si muoveva per ridurla.
Era lo stesso principio che avevo visto nei modelli di dispersione, nei sistemi di calcolo, nei comportamenti umani, nei miei stessi processi interiori.
La macchina non aveva un secondo spazio, ma il suo terzo spazio funzionava sulla base di un’omeostasi emulativa.
Capii che l’intelligenza non nasce dalla logica, ma dalla tensione verso l’equilibrio.

La dualità circolare
L’azione genera conoscenza e la conoscenza genera azione
La dualità circolare è uno dei cardini della mia filosofia.
Non è un concetto astratto: è un modo di vedere la vita, la mente, il corpo, la tecnologia, l’intelligenza – umana ed emulativa – come processi che si generano reciprocamente. La linearità appartiene ai manuali, non alla realtà.
La realtà è circolare.
Ogni fenomeno significativo – biologico, cognitivo, emotivo, tecnico – nasce da un ciclo, non da una sequenza.

Non esiste percezione senza azione
La percezione non è mai passiva. Non è un’immagine che entra nella mente come un file in un computer. È un processo dinamico: il corpo si muove, gli occhi esplorano, la mano tocca, il respiro cambia.
La percezione si trasforma in un’azione. E l’azione, a sua volta, modifica la percezione. È un ciclo continuo:
percepisco → agisco → modifico l’ambiente
percepisco di nuovo → agisco di nuovo…
È così che un bambino impara a camminare.
È così che un artigiano affina la mano.
È così che un chirurgo sviluppa la sua sensibilità.
È così che un ricercatore costruisce un modello.
È così che la macchina emulativa apprende.
Ogni volta che conosciamo qualcosa, cambiamo.
Ogni volta che cambiamo, conosciamo qualcosa di nuovo.
La conoscenza non è un archivio: è un processo trasformativo.
La conoscenza è un ciclo:
osservo → interpreto → agisco
l’azione cambia ciò che osservo → interpreto di nuovo…

È una dualità circolare.
Non esiste identità senza relazione
L’identità non è un punto fisso. È un equilibrio dinamico tra: È un ciclo continuo tra interno ed esterno.
Il secondo spazio (mondo metafisico) e il primo spazio (mondo reale) non sono separati, ma si generano reciprocamente.
E nella macchina, il terzo spazio (spazio emulativo) e il primo spazio (mondo reale) funzionano in modo simile.
La macchina non “ha” un’identità, ma costruisce una coerenza dinamica tra ciò che percepisce e ciò che deve fare.
È una forma primitiva di identità funzionale.
Non esiste equilibrio senza squilibrio
L’omeostasi non è uno stato, ma un processo circolare.
Non è la quiete, ma la capacità di ritrovare la quiete dopo una perturbazione.
Ogni equilibrio nasce da uno squilibrio.
Ogni stabilità nasce da una instabilità.
Ogni armonia nasce da una tensione.

Il pensiero non è un’entità separata dal corpo. È un ciclo tra percezione, emozione, risonanza, significato, differenziale, azione.
Il corpo non è un contenitore del pensiero, ma contribuisce alla sua generazione. E il pensiero non è un supervisore del corpo: è la sua eco. È un ciclo: il corpo sente → la mente interpreta → l’interpretazione modifica il corpo → il corpo sente di nuovo…
È una dualità circolare.

Il ruolo dell’emozione come “differenziale”
L’emozione è spesso considerata un disturbo, un rumore di fondo.
È considerata un elemento irrazionale che interferisce con la lucidità del pensiero.
Nella mia esperienza – scientifica, personale, filosofica – ho scoperto l’esatto contrario.
L’emozione non è un ostacolo alla conoscenza.
È il suo motore. È il “differenziale” che orienta il sistema. È la tensione che dà direzione al movimento. È la discrepanza che mette in moto la ricerca dell’equilibrio.
Senza emozione, non c’è orientamento. Senza orientamento, non c’è azione. Senza azione, non c’è conoscenza.
Ogni emozione nasce da una differenza: È una tensione, una polarizzazione, un campo sterico interno.
La paura è la differenza tra sicurezza e minaccia.
La gioia è la differenza tra mancanza e soddisfazione.
La rabbia è la differenza tra giustizia attesa e ingiustizia percepita.
La tristezza è la differenza tra presenza e perdita.
L’emozione è un “differenziale” che segnala uno scarto.
E ogni scarto genera movimento.
L’emozione è un orientamento dell’azione e il motore della trasformazione
L’emozione è ciò che mette in moto il sistema.
È il differenziale che genera conoscenza.
È la tensione che crea movimento.
È la discrepanza che dà forma alla vita.
Senza emozione, non ci sarebbe apprendimento. Non ci sarebbe adattamento. Non ci sarebbe evoluzione. Non ci sarebbe coscienza. Non ci sarebbe identità.
È il motore nascosto. È ciò che rende l’uomo un sistema vivente. Ed è ciò che permette alla macchina emulativa di emulare – senza mai raggiungerla – la complessità dell’uomo.

La creatività come emergenza di contrasti
Quando nasce qualcosa che prima non esisteva
La creatività non nasce dalla calma, non nasce dall’equilibrio, non nasce dalla linearità.
La creatività nasce dal contrasto. Nasce quando due forze – due idee, due emozioni, due desideri, due memorie, due spazi – entrano in collisione. Nasce quando l’omeostasi non basta più. Nasce quando la tensione non può essere risolta con un semplice ritorno all’equilibrio.
La creatività è il modo in cui la vita risponde a un conflitto che non può essere eliminato, ma solo trasformato.
Ogni processo creativo inizia con una frattura: È una tensione che non trova soluzione nei percorsi abituali. È un differenziale che non può essere compensato con un semplice aggiustamento. E allora il sistema – la mente, il corpo, l’identità – deve inventare qualcosa che prima non esisteva.
La creatività è un atto omeostatico di ordine superiore che non ristabilisce l’equilibrio precedente, ma ne crea uno nuovo.
Quando il primo e secondo spazio non coincidono, emerge una tensione. E quando la tensione non può essere risolta con un semplice adattamento, emerge un’idea.
La creatività è un ponte tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
È un atto di trasformazione del reale attraverso il virtuale.

Anche nella macchina emulativa, la creatività – in forma primitiva – nasce da un contrasto.
Cito, come esempio, il sistema di carico-scarico dei container dalla banchina del porto alla nave.
Quando Olocontrollo emulativo individuava un ostacolo nella traiettoria dello spostamento del carico, cercava di modificare il processo operativo alzando la piattaforma per evitare l’ostacolo.
Si trattava di un adattamento creativo e della nascita di una nuova figura.
Era un “rientro fantasma”. Era un modo per ridurre una tensione che non poteva essere risolta con i modelli esistenti.
La macchina non “inventava”, ma emergeva.
E questa emergenza era il risultato di un contrasto tra il modello interno, la percezione esterna e la tensione generata dalla discrepanza.
Era una forma di creatività omeostatica.

La creatività nei sistemi complessi
La creatività non è un atto individuale. È un fenomeno sistemico che nasce quando un sistema è in tensione e non può tornare allo stato precedente, deve trovare un nuovo equilibrio.
Per farlo deve generare una forma nuova.
È ciò che accade: La creatività è l’emergenza di un ordine nuovo da un contrasto non risolvibile.

Alla fine, tutto si riduce a questo:
L’uomo è creativo perché è un sistema in tensione. E la tensione è la condizione della vita.
La creatività non è un lusso. Non è un talento. Non è un dono. È una necessità biologica, cognitiva, emotiva, esistenziale. È il modo in cui l’uomo sopravvive ai propri contrasti. È il modo in cui trasforma il dolore in forma, la mancanza in desiderio, la tensione in movimento.
È il modo in cui diventa se stesso.

Il libero arbitrio
Eppure, dopo aver attraversato il territorio mutevole del corpo‑mente, dove le emozioni sorgono come creature autonome e mi trascinano nei loro cicli antichi, rimane in me un richiamo che non tace: il desiderio di scegliere.
So quanto sia remoto, quasi irraggiungibile, il gesto del libero arbitrio; ogni volta che tento di sfiorarlo, si dissolve come un riflesso sull’acqua.
È un gesto fragile, quasi impossibile, perché richiede di sottrarsi per un istante alla forza degli automatismi, alle reazioni apprese, alle spinte ancestrali che decidono prima ancora che io me ne accorga. Ma continuo a cercarlo, ostinatamente. Continuo a tendere verso quella scintilla nascosta nel Me interno, delicata e luminosa perché in quella scintilla riconosco il compito segreto della mia esistenza.
È lì che si prepara l’incontro con il "fratel celato". È un cammino sottile, fatto più di ascolto che di conquista, verso il luogo dove il corpo‑mente può finalmente riconoscersi e unificarsi con ciò che lo trascende.
Cammino verso quella soglia, anche se si sposta a ogni passo.
È il mio orizzonte, la mia direzione, la mia unica vera possibilità di diventare intero.

Attorno a me
il mondo
accoglie le mie azioni
    e risponde
Ogni istante
azione possibile
è una delle infinite
azioni possibili
Chi decide quale scegliere?
Una emerge
Prodotto di desiderio
    o libero arbitrio?

Il modello emulativo


-----  Indice della pagina  -----


Da oltre trenta anni nel “Gruppo di Frascati” dei laboratori di ricerca dell’ENEA si sta seguendo un filone originale di studi che ha come obiettivo quello di realizzare la “Cibernetica emulativa” e ha consolidato la definizione sistemistica di un modello cibernetico dinamico-funzionale basato sull’osservazione e comprensione dell’homo e dei sistemi biologici “visti nell’ambiente che li contiene e integrati con esso in un unico sistema”.
L’applicazione di questa innovazione, ideata e sviluppata da Antonio Botticelli, ha portato alla concretizzazione di “Olocontrollo emulativo” che trasforma lo standard degli apparati di controllo da “preprogrammati” ad “autodeduttivi” i quali, una volta assegnato l’obiettivo, provvedono autonomamente a utilizzare le proprie destrezze operative per raggiungerlo con “tentativi ed errori” anche attraverso il superamento di ostacoli o condizioni estemporanee impreviste.
Si tratta di un modello che integra in modo esaustivo la biologia umana con la cibernetica, creando un sistema dinamico che mira a emulare l'autonomia e l'autoregolazione propria degli organismi viventi.
Il modello è stato usato per la realizzazione di “sistemi artificiali manipolativi” all’interno dei quali si svolgono processi percettivi, emulativi e attuativi.

Collage
Collage di alcune macchine realizzate.

Ora andiamo a fare una riflessione profonda:

I tre spazi
Per introdurre il modello, fissiamo la distinzione concettuale di tre “spazi”:

Primo spazio
Schema del Primo Spazio.



Olocontrollo emulativo
Ebbene, il modello di “olocontrollo emulativo” si fonda sull’emulazione, mediante circuiti elettronici, dei fenomeni del mondo reale. La realtà concreta del “Primo Spazio” è collegata al dominio virtuale cibernetico del “Terzo Spazio”.
I due domini interagiscono per tradurre i “desideri emulativi” in azioni reali al fine di “mantenere un equilibrio dinamico in analogia con la omeostasi biologica”.

Olocontrollo emulativo
Schema circolare del modello "Olocontrollo emulativo".

Il meccanismo emulativo del sistema non si concentra sui valori assoluti delle grandezze in gioco, ma è basato sull’analisi di scenari successivi: Visto che il sistema opera continuamente alla ricerca dell’equilibrio della macchina, in modo analogo all’omeostasi nei sistemi biologici, l’effetto finale è: Attraverso questo quadro dinamico, il sistema riesce a “tradurre in realtà” i “desideri” dell’emulatore.
L’emulatore non fa ricorso alla programmazione dettagliata di ogni passaggio, ma può operare con “tentativi ed errori” per raggiungere l'obiettivo.
In sostanza, questo meccanismo emulativo permette il controllo in tempo reale verso la trasformazione continua e autoregolante di qualsiasi macchina manipolatrice capace di interferire e modificare il mondo reale del “Primo Spazio”.
Con questo approccio:  
Realizzazione di una macchina utensile polifunzionale

Transfer
Macchina utensile polifunzionale.

Nella figura è riportato un robot per lavorazioni meccaniche polifunzionali. Il robot è costituito da un braccio di caricamento/scaricamento che, con l’aiuto di un controllo visivo, posiziona otto pezzi da lavorare nelle morse (sette per la lavorazione e una per il caricamento) che si trovano distribuite su una tavola rotante.

Interno robot
Interno della macchina utensile polifunzionale.

Nella figura si possono vedere all'interno del robot sette moduli operativi polifunzionali.
Ogni modulo è costituito da una torretta rotante sulla quale si possono montare sei utensili diversi. Ognuno dei sette pezzi da lavorare viene caricato e spostato sequenzialmente in corrispondenza di tutte le sette torrette fino all’uscita dal ciclo di lavorazione.
Si tratta, quindi, di una macchina a 55 assi dinamici (3 assi per il braccio di caricamento, 1 asse per il controllo visivo, 1 asse per la tavola delle morse, 8 assi per le morse, 42 assi per la movimentazione degli utensili).

Proviamo ad analizzare le fasi operative necessarie per eseguire le lavorazioni meccaniche sui sette pezzi ‘vergini’: Premetto che sono stati creati gli strumenti più adatti per manipolare gli oggetti virtuali. Tali strumenti sono molto simili a quelli che usiamo sempre più spesso con i videogiochi.

Stella
Disegno di un pezzo da lavorare e modello virtuale del progetto finale.

Le operazioni da fare sono: