Nell’uomo
Poeti italiani
È stato uno dei progetti più complessi e più necessari della mia vita editoriale. L’idea, la spinta, la scelta dei poeti da invitare sono nate dall’iniziativa vulcanica di Aldo Onorati che ha contribuito in modo determinante per la crescita delle Edizioni Controluce.
Non è un libro nato per raccogliere poesie: è un libro nato per raccogliere voci.
Voci diverse, lontane per età, stile, formazione, sensibilità, ma accomunate da un’unica tensione: la ricerca dell’uomo.
Quando iniziammo a immaginare questa antologia, pensavamo a un gesto: creare un luogo in cui poeti di generazioni diverse potessero incontrarsi, riconoscersi, rispecchiarsi. Un luogo in cui la poesia non fosse un monologo, ma un dialogo.
Un luogo in cui la parola diventasse relazione.
Il titolo, Nell’uomo, non è un titolo letterario: è un orientamento.
Significa che ogni poesia, per quanto diversa, per quanto radicata nella biografia del suo autore, deve poter parlare a tutti.
Deve poter entrare “nell’uomo”, non come concetto astratto, ma come esperienza condivisa.
La prefazione di Fabio Pierangeli ha colto perfettamente questo spirito.
Ha visto ciò che io avevo intuito ma non ancora formulato: che questa antologia è un coro polifonico, un insieme di timbri che non si sovrappongono, ma si ascoltano.
Ogni poeta porta un frammento di mondo, e insieme questi frammenti compongono un’unica immagine: l’immagine dell’essere umano nella sua complessità.
C’erano maestri come Giorgio Barberi Squarotti e Aldo Onorati, con la loro voce limpida e severa, capace di attraversare secoli di letteratura e restare sempre contemporanei.
C’erano poeti come Elena Clementelli, Bruno Fabi, Ugo Maria Palanza, che portavano con sé la memoria di un’Italia che non esiste più, ma che continua a vivere nei loro versi.
C’erano voci più giovani, come Marco Onofrio, Fulvia Di Iulio, Mariangela Gigante, Lia Lafronte, che portavano la freschezza, la ferita, la domanda del presente.
E c’ero anch’io, non come autore isolato, ma come parte di un organismo più grande.
In questa antologia non ero il centro: ero un nodo della rete, un punto di risonanza tra gli altri.
La cosa più sorprendente, per me, fu la partecipazione dei giovani.
Quando Marta Monacelli scrisse la sua lettura, capii che il libro aveva raggiunto il suo scopo: non era un volume da studiare, ma un luogo da abitare.
Un luogo in cui un lettore potesse ritrovare un frammento di sé, anche se non sapeva di averlo.
Nell’uomo è stato, in un certo senso, il mio tentativo di costruire una comunità poetica.
Una comunità non fatta di incontri fisici, ma di risonanze interiori.
Una comunità in cui la poesia non è un esercizio estetico, ma un modo di guardare il mondo.
Oggi, guardando indietro, capisco che questo libro è stato un ponte.
Un ponte tra generazioni, tra sensibilità, tra storie, tra visioni.
Un ponte che non unisce solo i poeti tra loro, ma unisce il lettore a se stesso.
Perché la poesia, quando è autentica, non parla dell’autore: parla dell’uomo.
E Nell’uomo è stato il mio modo di ricordarlo.