Gocce di emozioni


Con saggio critico di Aldo Onorati

Gocce di emozioni è stato il mio primo vero tentativo di trasformare la mia interiorità in un linguaggio stabile, condivisibile, leggibile da altri.
Non era un libro programmato: è nato come nasce un’urgenza, come nasce un respiro trattenuto troppo a lungo. Le poesie che lo compongono sono state scritte tra il 2003 e il 2008, in un periodo in cui la mia vita stava cambiando forma, e con essa cambiava anche il mio modo di percepire me stesso.
In quegli anni, la poesia non era un esercizio estetico: era un metodo di indagine.
Era il luogo in cui il mio “Me” cercava di affiorare, di farsi ascoltare, di prendere parola.
E ogni poesia era una piccola fenditura, un varco attraverso cui la mia interiorità tentava di emergere.
Quando Aldo Onorati lesse il manoscritto, colse immediatamente ciò che io stesso non avevo ancora pienamente compreso: Gocce di emozioni non era un libro intimista, non era un diario, non era un lamento. Era un tentativo di trasformare l’esperienza personale in una forma universale. Fu proprio lui, dopo aver letto i miei manoscritti di settecento poesie, a convincermi alla pubblicazione presentandomi la redazione già elaborata di un Saggio critico dell’opera.
Onorati scrisse che, pur parlando di me, parlavo dell’uomo.
E aveva ragione: quelle poesie erano il mio modo di interrogare la condizione umana attraverso la mia.
In Gocce di emozioni convivono due tensioni: È un libro di dualismi: ragione e impulso, luce e buio, corpo e pensiero, desiderio e paura.
È un libro in cui il “Me” osserva me, e me tenta di osservare Me, senza mai riuscirci del tutto.
Molte poesie sono brevi, essenziali, quasi epigrammatiche.
Non perché volessi essere conciso, ma perché sentivo che ogni parola in più avrebbe tradito l’emozione originaria.
Ogni testo è una goccia: piccola, ma densa; limitata, ma profonda.
E poi c’è la musica.
La musica attraversa il libro come un filo sotterraneo, come un richiamo.
Per me la musica è sempre stata un luogo di trasformazione: entra nel corpo, lo scuote, lo apre, lo rivela.
Molte poesie sono nate proprio così: ascoltando, lasciando che il suono diventasse immagine, che l’immagine diventasse parola.
Gocce di emozioni è stato anche il primo libro in cui ho collaborato con Antonio Botticelli: ho inserito le immagini dei suoi disegni.
Le sue immagini non illustrano i miei versi: li ascoltano.
Sono un controcanto, un’eco visiva, un modo diverso di dire la stessa verità.
Quando il libro ricevette il secondo premio al concorso nazionale “Terzo Millennio”, provai una sensazione strana: non era orgoglio, non era soddisfazione.
Era come se qualcuno avesse riconosciuto non me, ma la mia interiorità.
Come se quelle gocce, nate in silenzio, avessero trovato un orecchio capace di ascoltarle.
Oggi, guardando indietro, capisco che Gocce di emozioni è stato il mio primo vero passo verso la poesia come metodo di conoscenza.
È stato il libro in cui ho iniziato a capire che la poesia non è un ornamento, ma un modo di guardare il mondo.
Un modo di guardare me stesso.
Un modo di esistere.