Dicono di me - Aldo Onorati
«Leggevo, fra i molti giornali che giornalmente capitano sul mio tavolo, anche un interessante mensile castellano, "Controluce", il quale, oltre a pubblicare articoli di notizie locali e osservazioni di carattere generale, aveva una pagina dedicata alla poesia. È una mia deformazione professionale quella di osservare fino a che punto la ‘non conoscenza’ della metrica italiana porti i vati ad andare a capo, anche con una congiunzione sola credendo di aver trovato la grotta dell’Elicona.
Per farla breve, mi capitò alcune volte di notare brevi composizioni che fondevano il dato scientifico, o meglio il pensiero scientifico, con una liricità netta e lucida. Vale a dire: si era fuori dalla poesia del cuore, nel senso del tardo romanticismo agonizzante ma mai morto, anche restando nell’emozione di un’autentica resa di coscienza secondo la quale al mondo le cose non si dividono con gli aggettivi manicheisti a cui molti ancora sono proni sia nell’ideologia sia nella scrittura. Insomma, volli saperne di più. Vedevo un nuovo spessore della poesia in sé, che si agganciava al sapere scientifico- tecnologico.
Le poesie di Armando sono sempre brevi, dense, sintetiche: pare che Guidoni cerchi di arrivare alla fine per non tediare il lettore, per non porre tempi inutili in mezzo, per evitare il piagnisteo dell’io, mi hanno cosi convinto nella loro forza espressiva fusa alla metafora d’un mondo indescrivibile nella sua rovina. Penso che si stacchi anche dal ramo secco di tanta non-poesia contemporanea.
Non siamo di fronte a un poeta mite e a un pessimista arrabbiato con gli altri tranne che con sé.
Guidoni è fuori del giro giornaliero. Le sue parole taglienti e infuocate appartengono alla verità nuda dell’uomo di fronte a se stesso, che non può mentire né in nome di un partito politico né di una chiesa, e tanto meno del denaro, del successo-panacea d’ogni male e della moda che Leopardi uguagliava alla morte.
Chi si aspetta una riposta ai dilemmi della vita da parte di Armando, forse sbaglia ad imboccare strada. Le risposte le danno tutti, fuorché i poeti, forse a causa della loro onestà assoluta.
Così divenni amico di Armando Guidoni, il quale – dopo reiterate richieste da parte mia di sottopormi a lettura le sue composizioni – cedette con poca convinzione, non ritenendosi un poeta, poiché, da come si evince dal presente testo, egli ha lavorato nel settore della cibernetica, della ricerca scientifica, cioè lontano dalla sfera umanistica. Si convinse forse perché gli dissi: «Vedi? Questa valanga di carta appartiene a vari autori che mi chiedono un parere. Nel caso tuo, sono io a pregarti di farmi leggere le tue cose.»
Erano quattro volumi di ‘frammenti’, dai quali poi – secondo una selezione a due – è uscito Gocce di emozioni con un saggio critico del sottoscritto, in cui sottolineavo, appunto, la fondamentale unità di quello che siamo soliti chiamare lo ‘spirito umano’ e l’astrazione delle varie categorie separate, mentre la matrice è unica: l’uomo, cioè il suo cervello (parola che ritroveremo nella lettura di Robot sapiens).
Ciò premesso, il passo è leggero per arrivare già a una prima conclusione: se andiamo ai primordi del pensiero umano, l’unità della radice e del procedimento non era ancora scissa in specializzazioni perniciose. Filosofia e scienza andavano a braccetto (Pitagora fino a Kant- Laplace), poesia e filosofia erano talmente fuse che non c’è poeta senza il filosofo (Omero, Dante, Leopardi, i grandi tragici greci, Orazio, Lucrezio, Shakespeare e mille altri). Non solo, ma quando il potere della mente raggiunse vertici non più ritrovati, le arti e la scienza si unirono in osmosi in uomini come Leonardo, Leon Battista Alberti, e di nuovo Dante che è la summa di ogni sapere illuminato dal fuoco della Poiesis.
Guidoni, con le sue poesie prima, con Verso il Robot sapiens, opera chiara e densissima poi (che contiene, nel suo itinerarium una valida, sebbene non sbandierata, sostanza didascalica) ha voluto dimostrare che la frattura fra umanesimo e scienza non esiste. Ed io sono pienamente d’accordo, anche se la mia formazione letteraria, musicale, filosofica non mi hanno permesso di penetrare totalmente nella parte tecnologica.
Gli studiosi – nei secoli – hanno diviso per categorie il sapere per una questione di comodo: storia della fisica, della matematica, della musica, della poesia, delle guerre, dell’economia, della pittura, della scultura, della medicina, della filosofia, della chimica, dell’astronomia, dell’agricoltura, della tecnologia, del teatro, del cinema, della botanica, dei tre regni della Natura, delle religioni etc. etc. etc. fino all’infinito. Ma chi produce il tutto è il solo cervello dell’uomo. E su questo organo ancora misterioso si basa la parte che mi ha affascinato di più: “Il sogno dell’uomo e la conoscenza”.
Posso sbagliare, ma la lettura del libro di Guidoni introduce alla nuova disciplina scientifica, la Cibernetica, al suo sviluppo, alla matassa multidisciplinare che porta alla macchina intelligente la quale simula le attività cognitive, e il macrocosmo e il microcosmo, nella fascinosa sterminata ‘irrealtà dell’universo’.
Guidoni, mente complessa, vorrebbe prenderci per mano e condurci dove è arrivato lui con i suoi colleghi. Eppure, quel principio di indeterminazione, quell’impossibilità di una conoscenza oggettiva del mondo che ci circonda, l’avere ‘coscienza della propria coscienza’, e la zona affascinante delle neuroscienze per cui il cervello è un organo più complesso degli altri del nostro misterioso corpo, ma pur sempre un organo fisico da correggere, curare, come si fa col fegato o con i polmoni etc.: nel labirinto della Cibernetica, nel rapporto fra computer e nuovo modo di vedere il mondo, il ribaltamento del pensiero di Cartesio, la novità della tecnologia che ha mutato non solo il mondo, bensì l’uomo… Insomma, «il naufragar m’è stato dolce in questo mare»… ma una cosa essenziale devo dichiararla, ed è per me la più importante, quella che giustifica l’esistenza di un libro: ho capito i concetti espressi mercé la chiarezza espositiva dell’autore ed è scaturita una curiosità che moltiplica la mia innata curiosità per ogni emanazione della vita, e condensa lo stupore che ho da prima di emettere parola, nel dubbio di farcela a entrare in questi ‘misteri’ sfiorati da sempre e mai approfonditi.
Non posso esimermi dal citare un altro libro di Armando Guidoni: Verso il cambiamento. Nella stessa barca.
A ribadire la verità millenaria, che pochi hanno seguito, ora è Armando Guidoni, un pensatore coraggioso e limpido, un animo di poeta e uno scienziato. In fondo, in sintesi, il suo libro – che non ti lascia più fino alla fine – vuol significare questo. E lo fa con un volo veloce nei tempi, iniziando dalla notte dell’umanità e planando in rallentamento – per distinguere meglio – sul travagliato Novecento, secolo che suscita orrore, disgusto e rabbia se visto “sub specie aeternitatis”.
Spieghiamoci subito: Guidoni non è un pessimista tout court, bensì un realista per cui vale il detto gramsciano del «pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà». Infatti, per anticipare le cose, bisognerebbe soffermarsi – dopo le pagine di denuncia – sulle anafore martellanti che fanno suonare la speranza: «È necessario», scritto in grassetto ai presenti e a futura memoria. Ché, per stare con quel gigante di sant’Agostino, «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo, di fronte a come vanno le cose, il secondo per cambiarle».
Ecco: il presente saggio, scritto con la scorrevolezza di un bel romanzo – anche se drammatico e dalle tinte infuocate – ha un procedimento tomistico, che Dante sintetizza così: «mostrando e rimostrando» (vale a dire: «confutando e poi affermando con dimostrazione inequivocabile la verità). Di fatti, l’orrore della Storia è descritto nel testo, ma non solo in senso politico e sociale, bensì nella critica alla disfatta del Neoliberismo e dell’egoismo collettivo che annulla la generosità individuale (dove sono le dimostrazioni, ancorché parziali, della messa in pratica, in opera, degli statuti sui diritti dell’uomo, anzi dell’umanità, sanciti secoli addietro, spiegati filosoficamente dall’Illuminismo e dalle persone “illuminate” e quivi riportati con dovizia di particolari? Shakespeare direbbe: «Il resto è silenzio», o violenza, o scempio).
Nel libro – attenzione! – sono indicati anche i rimedi. I saggi nostri progenitori Latini dicevano «Necesse est». È che il mondo gira a velocità crescente come un gatto che si morde la coda fino a stramazzare al suolo privo di sensi. È una corsa al massacro. Guadagnare di più per consumare di più, in un vortice da mulinello che inghiotte il natante. Ci siamo inventati – dice Guidoni, e su questo si basa la logica stolta specie dell’Occidente, ma tutto il mondo ormai è Occidente – necessità non necessarie.
Nei vari eserghi a inizio dei brevi capitoli, si legge un pensiero del saggio imperatore Marc’Aurelio: «Ciò che non è utile allo sciame non è utile nemmeno all’ape».
Guidoni parla. È un testimone della nostra forsennata epoca, testimone nel significato etimologico del termine: colui che vede e agisce.
Ecco che Guidoni, dopo aver criticato il nuovo virus, che è il “capitalismo globale”, scrive: «in questo attimo della storia, affinché le cose tornino a funzionare, è necessario rischiare di perdere tutto».
Di una simile “testimonianza” si aveva bisogno. Oggi, tempo di scritture inutili, consolatorie, disimpegnate, un ritorno alla didattica, al grido di sdegno, al dettato scomodo, è necessario. È un dovere. E bisogna fare il nostro dovere a qualunque costo!»