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Sommario anno XII numero 11 - novembre 2003

 STORIA

Cola  di  Rienzo,  ribelle del medioevo
(Alberto Restivo) - Tratteggiare il profilo di un uomo politico di oggi non sempre è cosa facile, per le La statua di Cola di Rienzo a Romasorprese che spesso ci riserva questa parte di umanità, che sembra a volte rivestire la pelle di un camaleonte, con la sua smania di accoppiarsi nelle maniere più impensate con altre entità, pur di raggiungere e soprattutto conservare il potere. Assistiamo, infatti, alle alleanze più strane, ai frazionamenti più inaspettati: i rossi con i verdi, i bianchi con i neri, i viola con gli arancio, pur di mantenere una stabilità di poteri a beneficio, si dice così, del popolo; e il giorno dopo sono pronti di nuovo a cambiare situazione, allineandosi alle nuove esigenze della nazione, si fa per dire… Politica e magistratura, scontri a suon di querele e controquerele, ora in giacca e cravatta, ora in maniche di camicia sudata e spiegazzata (sotto il sole di questa torrida estate). Tanti veleni che qualcuno dei capi cerca di ammorbidire ed annullare con l’incitamento al “volemose bene” per l’interesse di tutti (incitamento prologo del dopoguerra, esortazione del primo sindaco della Roma del dopo conflitto mondiale), per garantire ed assicurare anche oggi, tempo di Seconda Repubblica, stabilità al governo che dal giorno del suo insediamento, riteniamo secondo la nostra modesta e umile opinione, ne sta passando di tutti i colori: dal G8 ereditato da precedenti legislature, alla posizione da assumere per l’Iraq pro o contro gli USA, ai girotondi variamente colorati, a Telekom Serbia si o no, guardia alta o bassa a difesa degli obbiettivi più o meno sensibili.
Certamente, la presenza di interessi di varia natura può portarci a dubitare di questo o quel personaggio che, guarda caso, riesce sempre ad assicurarsi una o due foto istantanee sui quotidiani mentre partecipa alle celebrazioni per l’inaugurazione di un nuovo asilo nido od un centro per anziani: … “Loro “hanno fatto questo?…”  “Noi abbiamo realizzato quest’altro…!”, sembrano dire quei volti che si affacciano dalle pagine dei giornali. Querele, controquerele, denunce e contro denunce e fino a che è così, tutto rientra nella normalità, il brutto è quando riprende a parlare la P38… e allora si salvi chi può con o senza scorta: scorre il sangue di menti superiori che in buona fede hanno messo al servizio della nazione le loro capacità tecniche per aiutare i governi a risolvere nel modo meno doloroso possibile i vari problemi che tormentano da sempre questo nostro paese (occupazione, economia, industria ecc. ecc.), ma sempre rimanendo nell’ombra, lontano dal vociare di chi crede di fare politica.
Queste le riflessioni, i pensieri sulla scalinata del Campidoglio di fronte alla statua in bronzo di Cola di Rienzo, osservando il lavoro di una giovane pittrice, impegnata appunto a riportare sulla tela il profilo della sfortunato Tribuno.
Forse non c’è somiglianza fra le vicissitudini politiche del nostro tempo e quelle dell’epoca in cui visse il nostro eroe, ma abbiamo sicuramente ritenuto di rilevare, senza alcuna pesante forzatura, una qualche analogia fra l’opera dei politici del dopoguerra e gli scopi che si era prefisso il nostro Cola di Rienzo.
Come i primi hanno operato, sia pure con l’aiuto di potenze straniere, per sollevare la nazione dal pantano in cui l’aveva scaraventata il secondo conflitto mondiale, così tentò Cola di Rienzo, attraverso mille difficoltà e senza l’aiuto di nessuno (se non pagato a caro prezzo), di restituire a Roma e con essa a tutta la nazione, il prestigio ed il potere perduto con la caduta dell’Impero romano.
Se si osserva attentamente la statua sulla scalinata del Campidoglio, nella sua gestualità, sembra voler ancora incitare le folle a reagire contro il malcostume e le prepotenze per affermare il principio della legalità, dell’ordine e con essi il progresso sociale ed economico del paese.
La sua è la storia di una vita straordinaria del Tribuno che sognò di riportare Roma all’antico valore: la giovinezza entusiasta, la conquista e l’abbandono del potere, l’esilio, la prigionia, il breve ritorno e la tragica fine.
Dal “Cola di Rienzo “di Ugo Reale (Ediz. Newton), abbiamo ritenuto efficace stralciare alcuni passi che ci possono illuminare sulla figura del nostro eroe e sui tempi in cui visse:  “...Seduto su una pietra del Campo Vaccino (il Foro romano utilizzato a pascolo per gli armenti), il giovane Cola pensava ai fatti sorprendenti che lo avevano coinvolto nel breve volgere di un mese. A sette anni, alla morte della madre, era stato affidato agli zii paterni, fittavoli di una masseria ad Anagni, i quali gli avevano usato molti riguardi, permettendogli di studiare e di non rovinarsi la carnagione delicata con il lavoro dei campi sotto la sferza del sole. A vent’anni era tornato a Roma per la morte del padre: un viaggio disagevole su un carretto a vino, lungo la via Casilina, dissestata e polverosa alla mercè di gabellieri corrotti e di feroci scherani che avevano estorto al povero carrettiere gran parte del carico” ... “Qualche giorno dopo il suo arrivo, erano andati dal notaio Francesco Mancini, amico di famiglia, per il contratto di vendita della locanda presso l’Isola Tiberina, dove Lorenzo (il padre) aveva fatto l’oste per tutta la vita e Maddalena (la madre) si era logorata sul lavoro fino a morirne. Affascinato dalla loquela e dalla cultura del giovane Cola, il Mancini non solo l’aveva incoraggiato a continuare gli studi giuridici e a diplomarsi in notariato, ma in uno slancio inopinato di generosità si era offerto di ospitarlo come praticante fino al momento della sua sistemazione professionale.” … “Non era la prima volta che Cola si sentiva elogiare per le doti di eloquenza e per la forza di persuasione dei suoi discorsi e ...in quel mese di permanenza a Roma, la sua bravura aveva conquistato dapprima fratelli e amici, poi il rione e infine la città.” ... “Quando raccontava della gloria e della grandezza dell’antica Roma, gli ascoltatori sentivano ancora più dolorosa la condizione presente. Era lo scopo che il giovane si proponeva: incitare gli animi ad un confronto” ... “La capitale del mondo era ridotta a poco più di uno squallido villaggio …dove un giorno ferveva la vita dell’intelligenza, si aggiravano ombre e fantasmi… Le potenti famiglie dei Colonna, Orsini, Savelli, Frangipane, Annibaldi erano arroccate sulle rovine e sulle alture, donde spiavano la pianura come falchi. I loro scherani correvano le vie della disgraziata città in continue reciproche provocazioni… Ogni casata voleva imporsi con le minacce e il sopruso, sicché nessuno era sicuro…” … “Questo perché al disopra delle fazioni in lotta non esisteva un’autorità a cui ricorrere per avere giustizia, e il Papa dalla lontana Avignone non poteva mantenere l’ordine soltanto con le lettere che spediva ai funzionari laici e religiosi e ai suoi vicari, invischiati per parentela o interessi, nelle lotte dei baroni...”.
Malgrado le velleità repubblicane del popolo ed i propositi dei nobili di costituirsi una signoria, sia i grandi che i popolani sentivano la nostalgia della Curia la cui assenza aveva disseccato l’unica fonte di lucro e ne desideravano fervidamente il ritorno. Più di una ambasceria era stata inviata ad Avignone sempre in concomitanza con l’elezione di un nuovo Papa, ma sempre senza esito per il fatto che i tempi per il ritorno definitivo non erano ancora maturi.
L’eloquenza e la passionalità che Cola di Rienzo mise nei suoi discorsi rivolti prima al Papa Clemente VI in Avignone e poi ai romani, dopo il suo ritorno a Roma da Avignone, gli permisero di ottenere i pieni poteri e la sua proclamazione a “Tribuno di libertà, di pace e di giustizia”, insediandosi in Campidoglio.
Incoraggiato dai primi successi, Cola allargò il suo campo di azione credendo di poter estendere il “buono stato” a tutte le città d’Italia, di poter essere il restauratore della libertà ed unità nazionale fino a mettere Roma al di sopra dei Principi e dello stesso Imperatore. Acquisito il favore del popolo mediante leggi, decreti e pompose cerimonie, riuscì, anche con la forza delle armi, ad isolare i nobili che comunque continuarono a controllare le sue mosse e ad attendere il momento opportuno per colpire il Tribuno che era divenuto un personaggio sempre più scomodo ed ingombrante per le loro mire ambiziose verso il potere esclusivo. L’opera denigratrice dei nobili presso il Papa e le prime delusioni del popolo che incominciava a mostrare indifferenza all’eloquio del tribuno incominciarono a far vacillare la dittatura di Cola che finì con il ritirarsi nella solitudine di un convento di francescani sulla Maiella. Tuttavia, la permanenza nel misticismo di quei luoghi non avevano fatto dimenticare al Tribuno i trionfi passati. Cercò, così, protezione presso Carlo IV di Boemia, a Praga, e, per ingraziarsi il sovrano, gli parlò di sogni profetici (come il governo del mondo insieme ad un Pastor Angelicus che sarebbe subentrato al Papa ed ai Cardinali, dopo la loro imminente uccisione), spacciandosi altresì per figlio bastardo di Enrico VII.
Ma, né i sogni né la storia della pretesa parentela, riuscirono a procurargli l’amicizia dell’imperatore il quale, anzi, considerandolo un esaltato e sapendolo accusato di eresia, lo fece imprigionare. Consegnato ad Avignone e sottoposto a processo, grazie all’intervento di Francesco Petrarca che, nonostante tutto lo stimava ancora, riuscì ad avere la clemenza del Pontefice che non aveva voluto condannare quell’uomo che la plebe romana, sotto le prepotenze dei nobili, ancora invocava e che costituiva nelle mani della Curia avignonese un prezioso strumento per la sua politica romana, volta a liberare lo Stato della Chiesa dai numerosi Signori che avevano cancellato l’autorità papale.
Lo Stato pontificio fu restaurato attraverso l’opera del Cardinale Egidio D’Albornoz, e di Cola di Rienzo che mise al suo servizio la sua opera con tale efficacia da meritare la fiducia del Papa Innocenzo VI (succeduto a Clemente) e conseguire così la nomina a Senatore di Roma e Vicario del Papa. La folla fu di nuovo conquistata dal carisma e dalla calda e vibrante parola del suo idolo, ma per Cola non era più tanto agevole conciliare la volontà del Pontefice con quella del popolo e d’altro canto c’era sempre in agguato l’aristocrazia, eterna nemica del Tribuno disconosciuto anche come Vicario del Papa. Convinto che contro nemici così irriducibili non c’era che da adoperare le armi, Cola le rivolse contro Palestrina, sostenitrice dei Colonna, suoi eterni avversari: la sorte gli fu di nuovo ostile e privo di sostegni finanziari per pagare le truppe mercenarie al suo seguito, si trovò a dover fare i conti con il popolo. Sappiamo quale fu la sua tragica fine.
Riflessioni conclusive - U. Reale nel suo “Cola di Rienzo”: … “Non tenendo conto delle sue delusioni, Cola si era comunque rafforzato nell’idea confederativa italiana, basata sulla supremazia di Roma. Questa supremazia, se non poteva esplicarsi più con l’imperio sugli altri Comuni e Signorie, poteva però concepirsi come fonte di iniziative per la libertà e la concordia, come esercizio di un arbitrato nelle dispute, soprattutto come un indirizzo e una guida per l’elezione dell’Imperatore, che sarebbe dovuto essere italiano…”.
Scrive il Bertolini:… “Quest’uomo straordinario aveva espiato le contraddizioni che aveva rivelato in sé stesso. L’uomo che aveva proclamato dal Campidoglio l’indipendenza e l’unità d’Italia… doveva cadere quale tiranno disprezzato e maledetto anche dopo morto… “Pur tuttavia, la storia non può dimenticare che, quando l’Italia andava sempre più allargando la sua dissoluzione politica, Cola si fece banditore dell’unità nazionale. Se la nazione italiana avesse allora potuto ascoltare la voce di Cola di Rienzo, essa avrebbe visto procedere in parallelo il rinascimento letterario con il suo rinascimento politico, il quale si realizzò soltanto cinque secoli dopo.
La breve esperienza di Cola, ha espresso efficacemente il trapasso dai miti universali medioevali di Impero e Chiesa verso ideali più moderni, nel senso di preconizzare l’esistenza di un Impero che avesse nel populus romanus (inteso come nazione italiana) il suo centro e la convivenza con esso di una Chiesa realizzatrice di valori spirituali. Nella sua opera non si può non vedere il rimpianto per la caduta dell’Impero romano ed un tentativo di ripristinare questa egemonia, intesa come ritorno al prestigio ed ai fasti di quella città che dettò le regole di vita al mondo fino allora conosciuto.
Pietro Trivelli da “Il Messaggero” di Roma: … Eppure fu dimenticato (G. Belli inizia il suo sonetto “Lo scordarello” così: “Dì, t’aricordi gnente…) nella insensibile indifferenza che i romani gli hanno sempre mostrato. Il suo monumento fu scoperto in sordina, quasi di nascosto, pur nel giorno dell’antipapalina commemorazione di Porta Pia, nel 1887. La statua di bronzo nell’atto di arringare la folla è inavvicinabile: isolata sotto l’Ara Coeli, oltre la balaustra della gradinata del Campidoglio, nello stesso punto in cui Cola divenne Tribuno e dove alla fine fu linciato.
Quasi a volerlo risarcire di quella cerimonia inaugurale alla chetichella, sempre nel 1887, si progettò Via Cola di Rienzo, aperta nel 1911, principale strada di Prati, che allora si popolava di enormi fabbricati realizzati per oscurare la vista del Cupolone.
In conclusione, le idee e le opere di Cola, variamente interpretate dagli storici, pur risentendo della prospettiva universalistica medioevale, hanno anticipato motivi politici e culturali rinascimentali, soprattutto per l’energia riformatrice che, in campo civile e religioso, Cola seppe trarre dal culto per la tradizione classica.
Fu sostanzialmente, per dirla in termini moderni, una “forte lezione di sociologia politica”.

 STORIA

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