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Cola di
Rienzo, ribelle del medioevo
(Alberto Restivo) - Tratteggiare il profilo di un uomo politico di
oggi non sempre è cosa facile, per le
sorprese
che spesso ci riserva questa parte di umanità, che sembra a volte
rivestire la pelle di un camaleonte, con la sua smania di accoppiarsi
nelle maniere più impensate con altre entità, pur di raggiungere e
soprattutto conservare il potere. Assistiamo, infatti, alle alleanze più
strane, ai frazionamenti più inaspettati: i rossi con i verdi, i bianchi
con i neri, i viola con gli arancio, pur di mantenere una stabilità di
poteri a beneficio, si dice così, del popolo; e il giorno dopo sono pronti
di nuovo a cambiare situazione, allineandosi alle nuove esigenze della
nazione, si fa per dire… Politica e magistratura, scontri a suon di
querele e controquerele, ora in giacca e cravatta, ora in maniche di
camicia sudata e spiegazzata (sotto il sole di questa torrida estate).
Tanti veleni che qualcuno dei capi cerca di ammorbidire ed annullare con
l’incitamento al “volemose bene” per l’interesse di tutti (incitamento
prologo del dopoguerra, esortazione del primo sindaco della Roma del dopo
conflitto mondiale), per garantire ed assicurare anche oggi, tempo di
Seconda Repubblica, stabilità al governo che dal giorno del suo
insediamento, riteniamo secondo la nostra modesta e umile opinione, ne sta
passando di tutti i colori: dal G8 ereditato da precedenti legislature,
alla posizione da assumere per l’Iraq pro o contro gli USA, ai girotondi
variamente colorati, a Telekom Serbia si o no, guardia alta o bassa a
difesa degli obbiettivi più o meno sensibili.
Certamente, la presenza di interessi di varia natura può portarci a
dubitare di questo o quel personaggio che, guarda caso, riesce sempre ad
assicurarsi una o due foto istantanee sui quotidiani mentre partecipa alle
celebrazioni per l’inaugurazione di un nuovo asilo nido od un centro per
anziani: … “Loro “hanno fatto questo?…” “Noi abbiamo realizzato quest’altro…!”,
sembrano dire quei volti che si affacciano dalle pagine dei giornali.
Querele, controquerele, denunce e contro denunce e fino a che è così,
tutto rientra nella normalità, il brutto è quando riprende a parlare la
P38… e allora si salvi chi può con o senza scorta: scorre il sangue di
menti superiori che in buona fede hanno messo al servizio della nazione le
loro capacità tecniche per aiutare i governi a risolvere nel modo meno
doloroso possibile i vari problemi che tormentano da sempre questo nostro
paese (occupazione, economia, industria ecc. ecc.), ma sempre rimanendo
nell’ombra, lontano dal vociare di chi crede di fare politica.
Queste le riflessioni, i pensieri sulla scalinata del Campidoglio di
fronte alla statua in bronzo di Cola di Rienzo, osservando il lavoro di
una giovane pittrice, impegnata appunto a riportare sulla tela il profilo
della sfortunato Tribuno.
Forse non c’è somiglianza fra le vicissitudini politiche del nostro tempo
e quelle dell’epoca in cui visse il nostro eroe, ma abbiamo sicuramente
ritenuto di rilevare, senza alcuna pesante forzatura, una qualche analogia
fra l’opera dei politici del dopoguerra e gli scopi che si era prefisso il
nostro Cola di Rienzo.
Come i primi hanno operato, sia pure con l’aiuto di potenze straniere, per
sollevare la nazione dal pantano in cui l’aveva scaraventata il secondo
conflitto mondiale, così tentò Cola di Rienzo, attraverso mille difficoltà
e senza l’aiuto di nessuno (se non pagato a caro prezzo), di restituire a
Roma e con essa a tutta la nazione, il prestigio ed il potere perduto con
la caduta dell’Impero romano.
Se si osserva attentamente la statua sulla scalinata del Campidoglio,
nella sua gestualità, sembra voler ancora incitare le folle a reagire
contro il malcostume e le prepotenze per affermare il principio della
legalità, dell’ordine e con essi il progresso sociale ed economico del
paese.
La sua è la storia di una vita straordinaria del Tribuno che sognò di
riportare Roma all’antico valore: la giovinezza entusiasta, la conquista e
l’abbandono del potere, l’esilio, la prigionia, il breve ritorno e la
tragica fine.
Dal “Cola di Rienzo “di Ugo Reale (Ediz. Newton), abbiamo ritenuto
efficace stralciare alcuni passi che ci possono illuminare sulla figura
del nostro eroe e sui tempi in cui visse: “...Seduto su una pietra del
Campo Vaccino (il Foro romano utilizzato a pascolo per gli armenti), il
giovane Cola pensava ai fatti sorprendenti che lo avevano coinvolto nel
breve volgere di un mese. A sette anni, alla morte della madre, era stato
affidato agli zii paterni, fittavoli di una masseria ad Anagni, i quali
gli avevano usato molti riguardi, permettendogli di studiare e di non
rovinarsi la carnagione delicata con il lavoro dei campi sotto la sferza
del sole. A vent’anni era tornato a Roma per la morte del padre: un
viaggio disagevole su un carretto a vino, lungo la via Casilina,
dissestata e polverosa alla mercè di gabellieri corrotti e di feroci
scherani che avevano estorto al povero carrettiere gran parte del carico”
... “Qualche giorno dopo il suo arrivo, erano andati dal notaio Francesco
Mancini, amico di famiglia, per il contratto di vendita della locanda
presso l’Isola Tiberina, dove Lorenzo (il padre) aveva fatto l’oste per
tutta la vita e Maddalena (la madre) si era logorata sul lavoro fino a
morirne. Affascinato dalla loquela e dalla cultura del giovane Cola, il
Mancini non solo l’aveva incoraggiato a continuare gli studi giuridici e a
diplomarsi in notariato, ma in uno slancio inopinato di generosità si era
offerto di ospitarlo come praticante fino al momento della sua
sistemazione professionale.” … “Non era la prima volta che Cola si sentiva
elogiare per le doti di eloquenza e per la forza di persuasione dei suoi
discorsi e ...in quel mese di permanenza a Roma, la sua bravura aveva
conquistato dapprima fratelli e amici, poi il rione e infine la città.”
... “Quando raccontava della gloria e della grandezza dell’antica Roma,
gli ascoltatori sentivano ancora più dolorosa la condizione presente. Era
lo scopo che il giovane si proponeva: incitare gli animi ad un confronto”
... “La capitale del mondo era ridotta a poco più di uno squallido
villaggio …dove un giorno ferveva la vita dell’intelligenza, si aggiravano
ombre e fantasmi… Le potenti famiglie dei Colonna, Orsini, Savelli,
Frangipane, Annibaldi erano arroccate sulle rovine e sulle alture, donde
spiavano la pianura come falchi. I loro scherani correvano le vie della
disgraziata città in continue reciproche provocazioni… Ogni casata voleva
imporsi con le minacce e il sopruso, sicché nessuno era sicuro…” … “Questo
perché al disopra delle fazioni in lotta non esisteva un’autorità a cui
ricorrere per avere giustizia, e il Papa dalla lontana Avignone non poteva
mantenere l’ordine soltanto con le lettere che spediva ai funzionari laici
e religiosi e ai suoi vicari, invischiati per parentela o interessi, nelle
lotte dei baroni...”.
Malgrado le velleità repubblicane del popolo ed i propositi dei nobili di
costituirsi una signoria, sia i grandi che i popolani sentivano la
nostalgia della Curia la cui assenza aveva disseccato l’unica fonte di
lucro e ne desideravano fervidamente il ritorno. Più di una ambasceria era
stata inviata ad Avignone sempre in concomitanza con l’elezione di un
nuovo Papa, ma sempre senza esito per il fatto che i tempi per il ritorno
definitivo non erano ancora maturi.
L’eloquenza e la passionalità che Cola di Rienzo mise nei suoi discorsi
rivolti prima al Papa Clemente VI in Avignone e poi ai romani, dopo il suo
ritorno a Roma da Avignone, gli permisero di ottenere i pieni poteri e la
sua proclamazione a “Tribuno di libertà, di pace e di giustizia”,
insediandosi in Campidoglio.
Incoraggiato dai primi successi, Cola allargò il suo campo di azione
credendo di poter estendere il “buono stato” a tutte le città d’Italia, di
poter essere il restauratore della libertà ed unità nazionale fino a
mettere Roma al di sopra dei Principi e dello stesso Imperatore. Acquisito
il favore del popolo mediante leggi, decreti e pompose cerimonie, riuscì,
anche con la forza delle armi, ad isolare i nobili che comunque
continuarono a controllare le sue mosse e ad attendere il momento
opportuno per colpire il Tribuno che era divenuto un personaggio sempre
più scomodo ed ingombrante per le loro mire ambiziose verso il potere
esclusivo. L’opera denigratrice dei nobili presso il Papa e le prime
delusioni del popolo che incominciava a mostrare indifferenza all’eloquio
del tribuno incominciarono a far vacillare la dittatura di Cola che finì
con il ritirarsi nella solitudine di un convento di francescani sulla
Maiella. Tuttavia, la permanenza nel misticismo di quei luoghi non avevano
fatto dimenticare al Tribuno i trionfi passati. Cercò, così, protezione
presso Carlo IV di Boemia, a Praga, e, per ingraziarsi il sovrano, gli
parlò di sogni profetici (come il governo del mondo insieme ad un Pastor
Angelicus che sarebbe subentrato al Papa ed ai Cardinali, dopo la loro
imminente uccisione), spacciandosi altresì per figlio bastardo di Enrico
VII.
Ma, né i sogni né la storia della pretesa parentela, riuscirono a
procurargli l’amicizia dell’imperatore il quale, anzi, considerandolo un
esaltato e sapendolo accusato di eresia, lo fece imprigionare. Consegnato
ad Avignone e sottoposto a processo, grazie all’intervento di Francesco
Petrarca che, nonostante tutto lo stimava ancora, riuscì ad avere la
clemenza del Pontefice che non aveva voluto condannare quell’uomo che la
plebe romana, sotto le prepotenze dei nobili, ancora invocava e che
costituiva nelle mani della Curia avignonese un prezioso strumento per la
sua politica romana, volta a liberare lo Stato della Chiesa dai numerosi
Signori che avevano cancellato l’autorità papale.
Lo Stato pontificio fu restaurato attraverso l’opera del Cardinale Egidio
D’Albornoz, e di Cola di Rienzo che mise al suo servizio la sua opera con
tale efficacia da meritare la fiducia del Papa Innocenzo VI (succeduto a
Clemente) e conseguire così la nomina a Senatore di Roma e Vicario del
Papa. La folla fu di nuovo conquistata dal carisma e dalla calda e
vibrante parola del suo idolo, ma per Cola non era più tanto agevole
conciliare la volontà del Pontefice con quella del popolo e d’altro canto
c’era sempre in agguato l’aristocrazia, eterna nemica del Tribuno
disconosciuto anche come Vicario del Papa. Convinto che contro nemici così
irriducibili non c’era che da adoperare le armi, Cola le rivolse contro
Palestrina, sostenitrice dei Colonna, suoi eterni avversari: la sorte gli
fu di nuovo ostile e privo di sostegni finanziari per pagare le truppe
mercenarie al suo seguito, si trovò a dover fare i conti con il popolo.
Sappiamo quale fu la sua tragica fine.
Riflessioni conclusive - U. Reale nel suo “Cola di Rienzo”: … “Non tenendo
conto delle sue delusioni, Cola si era comunque rafforzato nell’idea
confederativa italiana, basata sulla supremazia di Roma. Questa
supremazia, se non poteva esplicarsi più con l’imperio sugli altri Comuni
e Signorie, poteva però concepirsi come fonte di iniziative per la libertà
e la concordia, come esercizio di un arbitrato nelle dispute, soprattutto
come un indirizzo e una guida per l’elezione dell’Imperatore, che sarebbe
dovuto essere italiano…”.
Scrive il Bertolini:… “Quest’uomo straordinario aveva espiato le
contraddizioni che aveva rivelato in sé stesso. L’uomo che aveva
proclamato dal Campidoglio l’indipendenza e l’unità d’Italia… doveva
cadere quale tiranno disprezzato e maledetto anche dopo morto… “Pur
tuttavia, la storia non può dimenticare che, quando l’Italia andava sempre
più allargando la sua dissoluzione politica, Cola si fece banditore
dell’unità nazionale. Se la nazione italiana avesse allora potuto
ascoltare la voce di Cola di Rienzo, essa avrebbe visto procedere in
parallelo il rinascimento letterario con il suo rinascimento politico, il
quale si realizzò soltanto cinque secoli dopo.
La breve esperienza di Cola, ha espresso efficacemente il trapasso dai
miti universali medioevali di Impero e Chiesa verso ideali più moderni,
nel senso di preconizzare l’esistenza di un Impero che avesse nel populus
romanus (inteso come nazione italiana) il suo centro e la convivenza con
esso di una Chiesa realizzatrice di valori spirituali. Nella sua opera non
si può non vedere il rimpianto per la caduta dell’Impero romano ed un
tentativo di ripristinare questa egemonia, intesa come ritorno al
prestigio ed ai fasti di quella città che dettò le regole di vita al mondo
fino allora conosciuto.
Pietro Trivelli da “Il Messaggero” di Roma: … Eppure fu dimenticato (G.
Belli inizia il suo sonetto “Lo scordarello” così: “Dì, t’aricordi gnente…)
nella insensibile indifferenza che i romani gli hanno sempre mostrato. Il
suo monumento fu scoperto in sordina, quasi di nascosto, pur nel giorno
dell’antipapalina commemorazione di Porta Pia, nel 1887. La statua di
bronzo nell’atto di arringare la folla è inavvicinabile: isolata sotto
l’Ara Coeli, oltre la balaustra della gradinata del Campidoglio, nello
stesso punto in cui Cola divenne Tribuno e dove alla fine fu linciato.
Quasi a volerlo risarcire di quella cerimonia inaugurale alla chetichella,
sempre nel 1887, si progettò Via Cola di Rienzo, aperta nel 1911,
principale strada di Prati, che allora si popolava di enormi fabbricati
realizzati per oscurare la vista del Cupolone.
In conclusione, le idee e le opere di Cola, variamente interpretate dagli
storici, pur risentendo della prospettiva universalistica medioevale,
hanno anticipato motivi politici e culturali rinascimentali, soprattutto
per l’energia riformatrice che, in campo civile e religioso, Cola seppe
trarre dal culto per la tradizione classica.
Fu sostanzialmente, per dirla in termini moderni, una “forte lezione di
sociologia politica”. |