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castelli
romani
Il
Castelliere Del Monte Dei Ferrari
(Libere riflessioni sul Monte dei
Metallurgici)
(OPE associazione culturale per lo studio delle civiltà antiche -
testo di Angelo Capri - foto di Fernando Quarta) - Sulla Catena
dell’Artemisio
la prima altura di un certo rilievo alle spalle di Velletri è il Monte
dei Ferrari (908 s.l.m.). Il nome di questo monte molto probabilmente non
deriva da un cognome o
possesso gentilizio, infatti nei Comuni di pertinenza territoriale non
abbiamo trovato nessun riscontro storico o bibliografico di una
allocazione o accatastamento in merito, però, ancora una volta forse la
toponomastica ci viene in aiuto. Se il latino ferrarius, a, um, è un
aggettivo che vuol dire di ferro, concernete il ferro; ferrarius, ii, è
il sostantivo per fabbro e ferraria, ae, sot. f. miniera di ferro, allora
il toponimo Monte dei Ferrari insieme
con i riscontri archeologici
in loco, ci permette di ipotizzare che sul Monte dei Ferrari, e con
continuità nel tempo, si sarebbero svolte rilevanti attività
metallurgiche. Per quanto di nostra conoscenza, non abbiamo trovato nessun
riscontro, sia in cartografia antica sia moderna, che sui Monti Albani si
siano sviluppate importanti attività minerarie - metallurgiche eccetto
per alcune vaghe indicazioni di miniere d’oro nei pressi di Pavona
(Albano Laziale) e di altre non ben identificate miniere nel territorio
rocchigiano.
Allora, se sui Monti Albani ed in particolare sulla Catena
dell’Artemisio non vi è storicamente traccia di attività minerarie,
come può un monte diventare il monte dei metallurgici? Cosa si è fuso e
per quanto tempo si è andato fondendo su quel monte, tanto da imprimere
nella memoria delle genti il ricordo di quell’attività svolta su di
esso?
Dai materiali recuperati nei sondaggi di scavo finora effettuati sul
villaggio fortificato d’altura o, per meglio dire, sul Castelliere del
Monte dei Ferrari, si è potuto stabilire che esso abbia perdurato,
probabilmente in fasi alterne, all’incirca dal periodo del Bronzo
recente al Ferro iniziale, quindi approssimativamente per cinque secoli,
più o meno il periodo di tempo in cui fiorì Alba Longa.
Cosa sappiamo circa i castellieri: che la cultura dei castellieri ebbe
inizio col fiorire della cultura terramaricola e quella subappenninica
distinguendosi in due fasi, una arcaica che risale all’Età del Bronzo
ed una recente coincidente con l’Età del Ferro; che i castellieri non
erano città (solamente in alcuni casi è stato ipotizzabile il carattere
di città come per il castelliere di Nesazio capitale degli Istri) ma
villaggi fortificati, costruiti in luoghi elevati per motivi di sicurezza
e di difesa; che i castellieri avevano forma circolare od ellittica e
spesso erano difesi da un fosso.
Essi erano muniti di poderose mura a secco complete o limitate ai versanti
più scoscesi, alcuni castellieri erano difesi da più cinte murarie
talora doppie e triple. Tali mura erano spesse mediamente due, tre metri
ed alte fino ad oltre sei metri: una massa compatta di pietrame che
proteggeva la popolazione dagli attacchi degli animali o di popoli ostili.
Le abitazioni erano caratterizzate da un nucleo centrale di capanne in
pietra, con tetti conici in paglia (molto simili alle capanne dei pastori
che ancora si possono trovare in Ciociaria), un secondo fossato era posto
generalmente attorno al primo nel quale veniva radunato il bestiame, in
altri casi invece gli animali e le riserve alimentari erano tenuti in
grandi recinti centrali e le abitazione erano a ridosso del perimetro
murario per usufruire di una migliore protezione.
I castellieri, in quanto a struttura, erano molto simili alle ciclopiche
costruzioni minoiche.
Alcuni castellieri hanno conservato nel nome il termine preindoeuropeo di
Albia (alpeggio), come Albaro Vescovà e Albona. Importanti castellieri
istriani, attraverso il tempo diventarono città, come Trieste, Gorizia e
Gradisca.
Adesso, fatte queste necessarie premesse, bisogna ritornare all’oggetto
del nostro pensiero…
Storicamente della città di Alba Longa e degli Albani non si sa
praticamente nulla, si può ipotizzare soltanto che la città fosse
ubicata da qualche parte sui Monti Albani. Riteniamo che gli storici
classici, basandosi su documenti già per loro antichi, abbiano in buona o
cattiva fede confuso e sovrapposto due realtà diverse ubicate sullo
stesso luogo. Quando Virgilio, Dionisio di Alicarnasso e Livio scrivevano
della maestosa Alba Longa forse si riferivano ai resti di una precedente
città che già per loro era mito: la città anulare di Phallantia, posta
sulla “Isola Sacra” o “Isola della Fiamma” (Vulcano Laziale) fatta
di mura in opera poligonale, templi, strade basolate, acquedotti e teatri.
Sulle vestigia di questa si sarebbe poi installata la capitale degli
Albani/Longani/Latini (Alba Longa) fatta di capanne con i tetti di paglia,
recinti e muraglie a secco.
Qualche anno fa ipotizzammo la collocazione di Alba Longa sulla dorsale
della Catena dell’Artemisio e fummo in seguito incoraggiati a proseguire
nelle nostre ricerche dall’ingente quantità di materiali archeologici
che su ogni sommità dell’Artemisio recuperammo - alcuni di questi
reperti sono già stati esposti in mostre e convegni -. Adesso, con il
ritrovamento di resti di mura arcaiche sul Peschio e sul Monte Artemisio e
di un importante castelliere sul Monte dei Ferrari e, soprattutto, dallo
studio dei materiali in esso recuperati, siamo ancora più convinti che:
proprio su quelle alture, da una serie di piccoli villaggi posti sui punti
più elevati, con il tempo ingranditi e fortificati, abbia avuto origine
una sorta di grosso abitato che per la naturale morfologia del terreno
diventò poi una città allungata. La stessa cosa successe poi per la
formazione di Roma, anch’essa fiorì grazie all’espansione, al
congiungimento ed all’unificazione di vari villaggi posti su colli.
Quello che per la Roma antica era il Colle Palatino, il Colle Capitolino,
il Colle Aventino ecc. ecc. diventa nel
nostro caso il Monte Spina, il Maschio dell’Artemisio, il Monte
dei Ferrari, il Monte Peschio, il Maschio d’Ariano ecc. ecc.. La
leggenda ci narra poi che i Romani distrussero la città di Alba e che
trasferirono i suoi abitanti a Roma, sinceramente pensiamo che
l’espansione romana sia stata solo una concausa per la fine di un
ecosistema (Alba Longa) ormai in collasso dopo secoli di crescita.
Riteniamo fondamentale il concetto di capacità di carico di una regione:
“La capacità di carico è la quantità di popolazione che un ecosistema
può sostenere senza che ciò provochi il degrado dell’ecosistema stesso
[…]” Società Geografica Italiana. Ambiente, Sviluppo, Ecosistema.
pag. 28.
Condizioni di degrado dello “ecosistema albano” che potremmo così
elencare: un aumento eccessivo della popolazione in rapporto alle risorse;
la deforestazione; l’impossibilità di trasformare una limitata
pastorizia e agricoltura montana in attività estensive; il trasferirsi
dei principali traffici commerciali dell’epoca dalla valle dell’Aniene,
del Sacco e dell’Astura alla valle del Tevere e il conseguente
impoverimento della zona; mutamenti climatici: il drastico
ridimensionamento del vasto Lago di Alba Longa (Doganella) potrebbe aver
portato ad inverni più rigidi e freddi; l’emigrazione.
Comunque, sappiamo che tra il VI e V secolo a C. i Romani, servendosi di
manodopera locale, depredarono sistematicamente dei propri valori la
grande necropoli del Maschio d’Ariano (questa necropoli non è più una
nostra ipotesi ma una realtà archeologica, vedi Museo e Territorio, a
cura di M. Angle e A. Germano, cap. 14), tecnica questa che Roma ha sempre
applicato per approvvigionarsi di bronzo, materiale indispensabile,
costoso e di difficile realizzo. Ne hanno saputo qualcosa i quintali di
statuine votive provenienti dalle necropoli della Sardegna che i Romani
fondevano per coniare monete. Sia in Grecia che nella Penisola Italica
fusero e rifusero materiali preistorici e protostorici per secoli, prima
di rimettersi sotto a farne di nuovi.
Ora, tra i materiali recuperati all’interno dell’area del Castelliere
dei Ferrari, si contano diverse scorie bronzee di fusione. Potrebbero
essere coeve del villaggio o, più probabilmente, non esserlo affatto, le
analisi future ce lo confermeranno; ci è anche giunta notizia che nella
zona sottostante il castelliere sono stati recuperati un dito di una mano
di una statua bronzea e diversi fondelli grezzi, sempre in bronzo forse
per il conio di monete.
Il bronzo, una lega di rame e stagno, non è un metallo facile da
realizzare anzi, i “fabri ferrarius” del tempo dovevano essere
artigiani sapienti, infatti dalle analisi eseguite su reperti
archeologici, oltre al rame e allo stagno (le cui percentuali variavano in
base all’utilizzo del futuro manufatto), si è riscontrato anche
l’utilizzo di altri minerali come il piombo, lo zinco e l’argento in
proporzioni tali da rendere il composto fuso idoneo a vari usi; per
esempio, per la forgiatura delle spade, veniva deliberatamente usato
l’arsenico per modificare le proprietà del rame e produrre un metallo
più resistente. Il “sacro” bronzo fu per molti secoli, a partire dal
III millennio a. C. il metallo più usato per le armi, gli utensili, gli
ornamenti.
Inizialmente furono adottate due tecniche principali di lavorazione: la
fusione a stampo e la laminatura; in particolare la prima utilizzava
matrici mono e bivalvi, in pietra o in terracotta che permettevano una
fabbricazione in serie. È stupefacente la regolarità delle dimensioni
del filo di bronzo, lungo anche un metro e utilizzato nelle fibule a due o
quattro spirali.
Il passaggio al ferro fu un salto all’indietro, un ripiego non
un’evoluzione!
Quindi, dopo questo necessario excursus e, allo stato attuale dei fatti,
è nostra ipotesi che sul Monte dei Ferrari i Romani, qualche secolo dopo
l’abbandono di Alba Longa, abbiano rifuso i corredi razziati dalle
necropoli e dai templi albani e molto probabilmente anche le statue
bronzee e i tesori aurei di Phallantia. È forse grazie a questi tesori
che Antonino Pio riuscì a mantenere il suo regno per circa quaranta anni
senza guerre!?
A proposito della ricerca della mitologica Phallantia, qualche anno fa, ci
facemmo progettare dall’Ing. Ubaldo Di Felice e costruire dalla ditta
S.I.R.I.S del Sig. Stefano Arzillo una sorta di geo-radar, lo strumento,
anche se grossolano e di non facile applicazione, in più punti della
Catena dell’Artemisio ci ha però dato valori di lettura alquanto
anomali, la nostra Associazione già dispone quindi di una buona mappatura
con tracciature molto interessanti, certo… tutto poi da verificare con
saggi di scavo sul terreno.
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