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Sommario anno XII numero 10 - ottobre 2003

 I NOSTRI PAESI - pagina 13

castelli romani
Il Castelliere Del Monte Dei Ferrari  (Libere riflessioni sul Monte dei Metallurgici)
(OPE associazione culturale per lo studio delle civiltà antiche - testo di Angelo Capri - foto di Fernando Quarta) - Sulla Catena Scorie di fusione dal Castelliere dei Ferraridell’Artemisio la prima altura di un certo rilievo alle spalle di Velletri è il Monte dei Ferrari (908 s.l.m.). Il nome di questo monte molto probabilmente non deriva  da un cognome o possesso gentilizio, infatti nei Comuni di pertinenza territoriale non abbiamo trovato nessun riscontro storico o bibliografico di una allocazione o accatastamento in merito, però, ancora una volta forse la toponomastica ci viene in aiuto. Se il latino ferrarius, a, um, è un aggettivo che vuol dire di ferro, concernete il ferro; ferrarius, ii, è il sostantivo per fabbro e ferraria, ae, sot. f. miniera di ferro, allora il toponimo Monte dei Ferrari  insieme con  i riscontri archeologici in loco, ci permette di ipotizzare che sul Monte dei Ferrari, e con continuità nel tempo, si sarebbero svolte rilevanti attività metallurgiche. Per quanto di nostra conoscenza, non abbiamo trovato nessun riscontro, sia in cartografia antica sia moderna, che sui Monti Albani si siano sviluppate importanti attività minerarie - metallurgiche eccetto per alcune vaghe indicazioni di miniere d’oro nei pressi di Pavona (Albano Laziale) e di altre non ben identificate miniere nel territorio rocchigiano.
Allora, se sui Monti Albani ed in particolare sulla Catena dell’Artemisio non vi è storicamente traccia di attività minerarie, come può un monte diventare il monte dei metallurgici? Cosa si è fuso e per quanto tempo si è andato fondendo su quel monte, tanto da imprimere nella memoria delle genti il ricordo di quell’attività svolta su di esso?
Dai materiali recuperati nei sondaggi di scavo finora effettuati sul villaggio fortificato d’altura o, per meglio dire, sul Castelliere del Monte dei Ferrari, si è potuto stabilire che esso abbia perdurato, probabilmente in fasi alterne, all’incirca dal periodo del Bronzo recente al Ferro iniziale, quindi approssimativamente per cinque secoli, più o meno il periodo di tempo in cui fiorì Alba Longa.
Cosa sappiamo circa i castellieri: che la cultura dei castellieri ebbe inizio col fiorire della cultura terramaricola e quella subappenninica distinguendosi in due fasi, una arcaica che risale all’Età del Bronzo ed una recente coincidente con l’Età del Ferro; che i castellieri non erano città (solamente in alcuni casi è stato ipotizzabile il carattere di città come per il castelliere di Nesazio capitale degli Istri) ma villaggi fortificati, costruiti in luoghi elevati per motivi di sicurezza e di difesa; che i castellieri avevano forma circolare od ellittica e spesso erano difesi da un fosso.
Essi erano muniti di poderose mura a secco complete o limitate ai versanti più scoscesi, alcuni castellieri erano difesi da più cinte murarie talora doppie e triple. Tali mura erano spesse mediamente due, tre metri ed alte fino ad oltre sei metri: una massa compatta di pietrame che proteggeva la popolazione dagli attacchi degli animali o di popoli ostili. Le abitazioni  erano caratterizzate da un nucleo centrale di capanne in pietra, con tetti conici in paglia (molto simili alle capanne dei pastori che ancora si possono trovare in Ciociaria), un secondo fossato era posto generalmente attorno al primo nel quale veniva radunato il bestiame, in altri casi invece gli animali e le riserve alimentari erano tenuti in grandi recinti centrali e le abitazione erano a ridosso del perimetro murario per usufruire di una migliore protezione.
I castellieri, in quanto a struttura, erano molto simili alle ciclopiche costruzioni minoiche.
Alcuni castellieri hanno conservato nel nome il termine preindoeuropeo di Albia (alpeggio), come Albaro Vescovà e Albona. Importanti castellieri istriani, attraverso il tempo diventarono città, come Trieste, Gorizia e Gradisca.
Adesso, fatte queste necessarie premesse, bisogna ritornare all’oggetto del nostro pensiero…
Storicamente della città di Alba Longa e degli Albani non si sa praticamente nulla, si può ipotizzare soltanto che la città fosse ubicata da qualche parte sui Monti Albani. Riteniamo che gli storici classici, basandosi su documenti già per loro antichi, abbiano in buona o cattiva fede confuso e sovrapposto due realtà diverse ubicate sullo stesso luogo. Quando Virgilio, Dionisio di Alicarnasso e Livio scrivevano della maestosa Alba Longa forse si riferivano ai resti di una precedente città che già per loro era mito: la città anulare di Phallantia, posta sulla “Isola Sacra” o “Isola della Fiamma” (Vulcano Laziale) fatta di mura in opera poligonale, templi, strade basolate, acquedotti e teatri. Sulle vestigia di questa si sarebbe poi installata la capitale degli Albani/Longani/Latini (Alba Longa) fatta di capanne con i tetti di paglia, recinti e muraglie a secco.
Qualche anno fa ipotizzammo la collocazione di Alba Longa sulla dorsale della Catena dell’Artemisio e fummo in seguito incoraggiati a proseguire nelle nostre ricerche dall’ingente quantità di materiali archeologici che su ogni sommità dell’Artemisio recuperammo - alcuni di questi reperti sono già stati esposti in mostre e convegni -. Adesso, con il ritrovamento di resti di mura arcaiche sul Peschio e sul Monte Artemisio e di un importante castelliere sul Monte dei Ferrari e, soprattutto, dallo studio dei materiali in esso recuperati, siamo ancora più convinti che: proprio su quelle alture, da una serie di piccoli villaggi posti sui punti più elevati, con il tempo ingranditi e fortificati, abbia avuto origine una sorta di grosso abitato che per la naturale morfologia del terreno diventò poi una città allungata. La stessa cosa successe poi per la formazione di Roma, anch’essa fiorì grazie all’espansione, al congiungimento ed all’unificazione di vari villaggi posti su colli. Quello che per la Roma antica era il Colle Palatino, il Colle Capitolino, il Colle Aventino ecc. ecc. diventa nel  nostro caso il Monte Spina, il Maschio dell’Artemisio, il Monte dei Ferrari, il Monte Peschio, il Maschio d’Ariano ecc. ecc.. La leggenda ci narra poi che i Romani distrussero la città di Alba e che trasferirono i suoi abitanti a Roma, sinceramente pensiamo che l’espansione romana sia stata solo una concausa per la fine di un ecosistema (Alba Longa) ormai in collasso dopo secoli di crescita.
Riteniamo fondamentale il concetto di capacità di carico di una regione: “La capacità di carico è la quantità di popolazione che un ecosistema può sostenere senza che ciò provochi il degrado dell’ecosistema stesso […]” Società Geografica Italiana. Ambiente, Sviluppo, Ecosistema. pag. 28.
Condizioni di degrado dello “ecosistema albano” che potremmo così elencare: un aumento eccessivo della popolazione in rapporto alle risorse; la deforestazione; l’impossibilità di trasformare una limitata pastorizia e agricoltura montana in attività estensive; il trasferirsi dei principali traffici commerciali dell’epoca dalla valle dell’Aniene, del Sacco e dell’Astura alla valle del Tevere e il conseguente impoverimento della zona; mutamenti climatici: il drastico ridimensionamento del vasto Lago di Alba Longa (Doganella) potrebbe aver portato ad inverni più rigidi e freddi; l’emigrazione.
Comunque, sappiamo che tra il VI e V secolo a C. i Romani, servendosi di manodopera locale, depredarono sistematicamente dei propri valori la grande necropoli del Maschio d’Ariano (questa necropoli non è più una nostra ipotesi ma una realtà archeologica, vedi Museo e Territorio, a cura di M. Angle e A. Germano, cap. 14), tecnica questa che Roma ha sempre applicato per approvvigionarsi di bronzo, materiale indispensabile, costoso e di difficile realizzo. Ne hanno saputo qualcosa i quintali di statuine votive provenienti dalle necropoli della Sardegna che i Romani fondevano per coniare monete. Sia in Grecia che nella Penisola Italica fusero e rifusero materiali preistorici e protostorici per secoli, prima di rimettersi sotto a farne di nuovi.
Ora, tra i materiali recuperati all’interno dell’area del Castelliere dei Ferrari, si contano diverse scorie bronzee di fusione. Potrebbero essere coeve del villaggio o, più probabilmente, non esserlo affatto, le analisi future ce lo confermeranno; ci è anche giunta notizia che nella zona sottostante il castelliere sono stati recuperati un dito di una mano di una statua bronzea e diversi fondelli grezzi, sempre in bronzo forse per il conio di monete.
Il bronzo, una lega di rame e stagno, non è un metallo facile da realizzare anzi, i “fabri ferrarius” del tempo dovevano essere artigiani sapienti, infatti dalle analisi eseguite su reperti archeologici, oltre al rame e allo stagno (le cui percentuali variavano in base all’utilizzo del futuro manufatto), si è riscontrato anche l’utilizzo di altri minerali come il piombo, lo zinco e l’argento in proporzioni tali da rendere il composto fuso idoneo a vari usi; per esempio, per la forgiatura delle spade, veniva deliberatamente usato l’arsenico per modificare le proprietà del rame e produrre un metallo più resistente. Il “sacro” bronzo fu per molti secoli, a partire dal III millennio a. C. il metallo più usato per le armi, gli utensili, gli ornamenti.
Inizialmente furono adottate due tecniche principali di lavorazione: la fusione a stampo e la laminatura; in particolare la prima utilizzava matrici mono e bivalvi, in pietra o in terracotta che permettevano una fabbricazione in serie. È stupefacente la regolarità delle dimensioni del filo di bronzo, lungo anche un metro e utilizzato nelle fibule a due o quattro spirali.
Il passaggio al ferro fu un salto all’indietro, un ripiego non un’evoluzione!
Quindi, dopo questo necessario excursus e, allo stato attuale dei fatti, è nostra ipotesi che sul Monte dei Ferrari i Romani, qualche secolo dopo l’abbandono di Alba Longa, abbiano rifuso i corredi razziati dalle necropoli e dai templi albani e molto probabilmente anche le statue bronzee e i tesori aurei di Phallantia. È forse grazie a questi tesori che Antonino Pio riuscì a mantenere il suo regno per circa quaranta anni senza guerre!?
A proposito della ricerca della mitologica Phallantia, qualche anno fa, ci facemmo progettare dall’Ing. Ubaldo Di Felice e costruire dalla ditta S.I.R.I.S del Sig. Stefano Arzillo una sorta di geo-radar, lo strumento, anche se grossolano e di non facile applicazione, in più punti della Catena dell’Artemisio ci ha però dato valori di lettura alquanto anomali, la nostra Associazione già dispone quindi di una buona mappatura con tracciature molto interessanti, certo… tutto poi da verificare con saggi di scavo sul terreno.

 I NOSTRI PAESI - pagina 13

Sommario anno XII numero 10 - ottobre 2003