Il Concorso di Poesia “Alfredo Michetti”
Nel corso degli anni, la mia vita si è intrecciata con molte comunità diverse. Ognuna di queste realtà è stata come un organismo vivente, con le sue dinamiche, le sue fragilità e le sue meraviglie.
Ma tra tutte le esperienze comunitarie che ho vissuto, ce n’è una che ha avuto un ruolo particolare, perché non si limitava a creare relazione: insegnava l’autenticità.
È l’esperienza del Concorso di Poesia “Alfredo Michetti”, un laboratorio umano che, per nove anni, ha messo in dialogo la voce dei ragazzi con la verità della loro interiorità.
È da qui che voglio ripartire per comprendere cosa significhi davvero costruire una comunità che vive.
Il fragile coraggio di essere sé stessi
Nel percorso della mia vita – e in queste pagine che la raccon-tano – ritorna spesso un tema che mi accompagna da sempre: la ricerca della verità.
È la stessa ricerca che anima le mie poesie, che attraversa i miei progetti culturali, che guida il mio lavoro con le comunità, che mi spinge a interrogare il “Me” interno, quello che non si lascia ingannare dalle maschere.
Io e Tarquinio, nel 1999, volevamo segnare il ventesimo anniversario della nascita del Photo Club Controluce con una iniziativa diversa e coinvolgente.
Mia moglie Pina, visto l’interesse sempre crescente dell’Associazione per la poesia, ci suggerì di organizzare un Concorso di Poesia rivolto ai giovani.
Decidemmo, allora, di creare il Concorso di Poesia “Alfredo Michetti”, titolato a un poeta di Monte Compatri che era deceduto da poco.
Ci rivolgemmo a tutte le scuole dei Castelli Romani chiedendo la loro collaborazione.
L’impegno di Pina, di Tarquinio e anche di Antonio Botticelli condusse all’organizzazione dell’evento per nove anni.
Il concorso è stato uno dei luoghi in cui questa ricerca della verità ha preso forma concreta.
Non era solo un concorso: era un laboratorio di verità. Un invito rivolto ai ragazzi a spogliarsi delle rappresentazioni esteriori – quelle che la società, la scuola, la tecnologia impongono – e a lasciar emergere ciò che sentivano davvero.
Ogni anno vedevo accadere il piccolo miracolo dei ragazzi che scoprivano di avere una voce. Una voce imperfetta, fragile, ma loro. Una voce che non imitava, che non riproduceva, che non cercava approvazione: una voce che nasceva dal “Me”.
Poi venne l’ultimo anno. E con esso, una ferita.
I primi tre classificati avevano copiato le poesie dalla rete!
Non era solo una violazione del regolamento: era un gesto che negava la possibilità stessa di incontrare il proprio mondo interiore.
Era la vittoria dell’apparenza sulla verità, della scorciatoia sull’esperienza, dell’imitazione sull’essere.
Ricordo la sensazione precisa. Non fu rabbia, non fu indignazione. Fu un dolore sottile, come quando si vede un cri-stallo incrinarsi.
Perché quel gesto non tradiva me, né il concorso.
Tradiva loro stessi.
Tradiva la possibilità – fragile, preziosa – di scoprire la pro-pria voce.
In quel momento ho capito che ciò che stavo cercando di difendere non era un concorso, ma il principio che la parola autentica è un atto di coraggio. E il coraggio non si copia.
Viviamo in un tempo in cui tutto è disponibile, tutto è già detto, tutto è già pronto.
La rete offre emozioni prefabbricate, pensieri che sembrano profondi ma non appartengono a nessuno.
È facile prenderli. È difficile resistere alla tentazione di usarli come fossero nostri.
Ma il mio libro – questo libro – nasce proprio dalla resistenza a quella tentazione.
Nasce dal bisogno di dire ciò che è vero, anche quando è scomodo.
Nasce dal desiderio di raccontare il proprio cammino senza imitare nessuno, senza cercare scorciatoie, senza nascondere le fragilità.
Per questo, sospendere il concorso fu doloroso ma necessario.
Non per punire, ma per proteggere.
Proteggere l’idea che la parola è un ponte tra il mondo esterno e il mondo interiore.
Proteggere la possibilità che un ragazzo, un giorno, possa scoprire che dentro di lui esiste qualcosa che nessun motore di ricerca potrà mai restituire.
Oggi, guardando indietro, capisco che quei nove anni non sono stati un fallimento interrotto da una delusione.
Sono stati un capitolo coerente della mia storia:
un capitolo che parla di autenticità, di responsabilità, di educazione alla verità.
E forse, proprio grazie a quella ferita finale, ho compreso ancora meglio il senso del mio cammino: non avere paura della propria voce per non rinunciare alla verità che ciascuno porta dentro. Perché l’autenticità non è mai perfetta.
Ma è l’unica cosa che ci rende vivi. Ed è l’unica cosa che può attraversare il tempo senza svanire.
Quell’esperienza, con la sua forza e la sua ferita finale, mi ha insegnato qualcosa che nessun modello teorico avrebbe potuto mostrarmi con tanta chiarezza: una comunità vive solo se è autentica.
Quando la relazione si fonda sulla verità, l’organismo cresce, respira, si espande.
Quando invece prevale l’imitazione, la scorciatoia, la maschera, il sistema si indebolisce, perde coesione, si svuota.
Il Concorso Michetti non è stato soltanto un progetto culturale: è stato un esperimento sistemico, un luogo in cui ho potuto osservare come la vita collettiva si nutra di sincerità e come la falsificazione – anche se piccola, anche se inconsapevole – introduca una perturbazione che altera l’intero equilibrio.
Da qui nasce la mia riflessione sulla comunità come organismo vivente: un sistema complesso che respira attraverso le relazioni, che si ammala quando la verità viene meno, che si rigenera quando l’autenticità torna a circolare.