Un convegno: Monte Compatri paese d’Europa - Ieri, oggi, domani (2002)
di Armando GuidoniIl Circolo Culturale Don Brivio ha organizzato lo scorso 8 marzo il convegno pubblico nel quale Franco Lodadio, del Circolo Don Brivio ha presentato una relazione su: Cenni storici di politica amministrativa compatrese e giovani relatori hanno presentato i loro lavori nei seguenti temi:
Riccardo Villani - Le caratteristiche del territorio di Monte Compatri
Giovanni Sacchetti - Metodo per una nuova politica del territorio
Gloria Simonetti, Stefano Cartoni, Vincenzo Mottola - Problematiche dell’ Infanzia e della Terza Età
Romeo Ciuffa - Le politiche culturali dell’ente locale
Alessandra Felici - Informazione & Democrazia partecipata
Fabio Felici - Analisi della situazione del commercio e dell’artigianato
Luigi Del Signore - Il verde pubblico a Monte Compatri
È seguito un dibattito nel quale il pubblico ha potuto esporre le proprie idee.
Riporto il mio intervento di apertura fatto in qualità di moderatore del convegno.
«Vorrei introdurre il pomeriggio con un mio breve intervento nel quale cercherò di esprimere la mia idea in merito alle modalità democratiche che dovrebbero accompagnare la gestione della cosa pubblica nelle realtà locali, non solo dei Castelli. Nella ormai ultradecennale esperienza fatta nella redazione del giornale Controluce sono venuto a conoscenza, attraverso gli elaborati che pervengono dai cittadini, dell’opinione che i castellani hanno rispettivamente del loro paese. Ovunque è presente l’idea che il loro paese è “l’unico a non avere… l’unico a non fare… a non offrire…” e, pertanto, “è il peggiore dei paesi dei Castelli dove vivere”. Anche a Montecompatri c’è questo meccanismo di “autodistruzione culturale” che serve solamente a fornire a sé stessi le false giustificazioni alle mancate realizzazioni sociali locali, che serve solo a “sporcare” intellettualmente un’attività indispensabile in ogni luogo dove esiste il bisogno di convivere serenamente e nel benessere: l’attività di amministratore della cosa pubblica. Bisogna dire anche che gli amministratori non fanno nulla per invertire questa tendenza, anzi essi usano le sopraccitate giustificazioni per divenire quasi “i padroni dei paesi” perdendo l’umiltà di cercare di essere giusti e di agire senza discriminazioni quando si dispensa benessere, ma di agire con discriminazione quando si deve colpire un’irregolarità da chiunque commessa.
Come si può, mi chiedo, avere un così terribile senso della gestione della cosa pubblica? Come si può fare cose irregolari senza avere il timore di essere colpiti, non dico neanche dalla giustizia penale, ma dal giudizio degli elettori?
Credo che la risposta sia da ricercare proprio in quello che gli elettori chiedono agli amministratori! Essi (non voglio generalizzare) rivolgono le loro preferenze non ai potenziali amministratori eticamente e politicamente corretti, bensì a coloro che potranno, una volta eletti, accogliere le loro richieste (prevalentemente personali) a guisa di “favore”, scavalcando così le esigenze degli altri e divenendo una sorta di “cittadini privilegiati”, soddisfacendo il loro “bisogno di prevalenza” che è quasi associato al loro stesso “bisogno di vivere”. Allora, a questo punto, possiamo dire: ha senso cambiare i nomi nelle liste se ciò che chiedono gli elettori è questo, oppure è necessario cambiare gli elettori? Gli elettori devono avere l’umiltà di cercare giustizia nei loro amministratori e di accettare i colpi della giustizia quando si compie un’irregolarità! Come si può pensare di usare i privilegi senza aggiungere invidie e rancori?
L’esito di un siffatto svolgimento delle cose produce una versione sempre aggiornata dello “scontro fra gruppi” che, come un fantasma tribale, ha sempre contrassegnato ed accompagnato la storia dell’uomo e che riaffiora continuamente, alimentando odio e violenza intellettuale e generante altro odio ed altra violenza intellettuale. Ed ecco che gli amministratori di opposti schieramenti diventano litigiosi, perdono di vista l’obiettivo principale che risiede nel fare bene il mestiere di amministratore e puntano quasi esclusivamente, invece di aumentare i favori dell’elettorato costruendo innovazioni locali (magari insieme agli avversari politici laddove gli obiettivi sono comuni, e troppi ce ne sono) puntano invece, dicevo, a diminuire la base elettorale dell’avversario distruggendolo personalmente e politicamente. Ma la forte contrapposizione fra gli schieramenti conduce sicuramente ad alcuni risultati inequivocabili: si perde di vista l’obiettivo primario; si perde di vista la volontà di una parte dell’elettorato che si sente così confinata ai margini della cosa pubblica e che si trova, senza neanche provare ad analizzarne i motivi, a disertare qualsiasi tipo di partecipazione; ed ancora, fatto gravissimo, si colpisce a morte l’idea stessa della democrazia. Chiedendo a tutti noi di cambiare il nostro modo di intendere la politica non vorrei sembrare un utopista e vorrei citare ancora una volta uno scrittore-filosofo francese del secolo scorso, Albert Camus. Egli era forte nelle sue posizioni iperrealiste sulla vita nella quale, secondo lui, esiste solo “il presente”, dove passato e futuro non hanno senso e quindi non hanno senso neanche le speranze alle quali si aggrappano gli uomini.
Purtuttavia, secondo Camus, c’è nell’uomo un momento per accettare, per credere che ci sia una risposta al nostro desiderio di impossibile, ed è giunto a pronunciare la seguente frase:“Siate realisti, domandate l’impossibile”, modo a dir poco contraddittorio nell’esprimere una posizione. Allora perché non proviamo qualche volta a “volare” pensando all’impossibile pur restando vincolati ad un presente che ci consente di mettere in pratica una scena alla volta, in una sequenzialità che comunque, nel suo lento movimento, può tendere verso l’utopia? Questo dramma politico che sta vivendo la nostra comunità ci fa scoprire quanto sia fragile la base che sostiene la nostra tranquillità e quanto sia sempre più necessario tentare di cambiare. L’Associazione Don Brivio ha colto il momento particolare e ha organizzato questo convegno che, a mio parere (e non lo dico in qualità di organizzatore, perché sono stato qui invitato solo per moderare il dibattito) deve servire non per presentare uno “schieramento politico eterogeneo” al quale, fisiologicamente, si contrappongono i movimenti politici di più solida tradizione, ma per far emergere i temi che rappresentano i problemi mai risolti nel nostro territorio e per avviare un’ipotesi di “nostro rinnovamento culturale”.
Concludo affermando: «Liberiamoci dall’odio, dalla violenza intellettuale e dai fantasmi tribali della nostra storia recente e passata!»